venerdì 19 dicembre 2008


Traffico boom, personale ridotto, allarme sicurezza sullo Stretto,perché non fare pagare il transito navale?

Appunti di Remigio Raimondi

Dal dopoguerra a oggi la media di un incidente all´anno

La statistica è lì impietosa a ricordare, senza dubbio di smentita, quanto sia pericoloso lo Stretto di Messina e quanto poco abbiano inciso tutti i sistemi di sicurezza adottati dal Dopoguerra a oggi. Negli ultimi cinquant´anni si sono verificati quarantaquattro incidenti, poco meno di uno all´anno. E per cinque volte, ultima la tragedia del 15 Gennaio 2007, le collisioni sono state mortali . Lo Stretto di Messina è l´area a maggior rischio per la navigazione in Italia».Colpa del traffico navale che nella zona cresce costantemente, soprattutto da quando Gioia Tauro è diventato uno dei più importanti porti commerciali d´Europa. Numerose navi che provengono da Suez passano da Messina e la congestione è inevitabile. «La sicurezza è diventata un´emergenza - che il governo e le autorità competenti hanno sempre sottovalutato. Cosa che del resto continuano a fare. All´alba del 21 marzo del 1985, nei pressi di Punta Pezzo, si scontrarono la petroliera greca Patmos e il mercantile spagnolo Castillo de Monte Aragon. Morirono tre marinai, mentre mille tonnellate di greggio finirono in mare. Dopo quella sciagura fu varata una normativa - il Decreto Carta - che, dividendo il mare tra Sicilia e Calabria in corsie, regolamentò il transito delle imbarcazioni. Il primo grave incidente è datato 3 febbraio 1957, da allora una lunga teoria di collisioni che hanno coinvolto navi, pescherecci, petroliere e persino un sommergibile. Intanto Rfi riduce le corse e i posti di lavoro dei marittimi impegnati nei traghetti dello Stato e se ne infischia delle proteste dei sindacati . La situazione è chiara: i traghetti dello Stato hanno da sempre un deficit di 150 milioni di euro l’anno, questo perché sostanzialmente trasbordano solo treni, impiegandosi quasi due ore, mentre gli automobilisti si guardano bene dal salirvi a bordo, molto meglio affidarsi ai traghetti privati della società Matacena- Franza-Genovese I vertici delle Ferrovie si sono chiesti come abbattere questo deficit, e avrebbero trovato questa soluzione: i passeggeri provengono dal Nord sui treni ad alta velocità, arrivati a Villa San Giovanni scendono con tutte le loro valigie e salgono a bordo di aliscafo che in venti minuti li porta dall’altra parte dove trovano i treni siciliani (e viceversa). Come pensare alle famiglie con anziani e bambini che scendono dal treno trascinandosi le valigie?
E’ chiaro comunque che qualcosa le Ferrovie debbono fare. L’impianto finanziario per la realizzazione del Ponte ( prima del no del Governo Prodi) era perfetto perché Rfi, pur di evitare l’emorragia allo Stretto, aveva stipulato una convenzione con la quale avrebbe pagato un canone annuo di 100 milioni di euro per 30 anni, vale a dire 3 miliardi, la metà di quel che sarebbe costata l’opera. Poi c’è stato il veto della sinistra radicale - e di Ponte non si è parlato più, continuando quindi a buttare letteralmente a mare 250-300 miliardi di vecchie lire ogni anno e inquinando le acque. Un capolavoro di economia e di ecologia! Secondo recenti studi, il traffico navale è responsabile del 4% dell’inquinamento atmosferico. E’ vero che non tutto il traffico del Mediterraneo passa dallo Stretto di Messina, ma restando solo ai traghetti essi fanno 60 mila corse ogni anno tra le due sponde. Inutile aggiungere che c’è anche un problema di sicurezza perché il flusso di queste 60 mila corse va ad incrociarsi con quello dei 20 mila cargo che annualmente arrivano dal Canale di Suez e si dirigono al Nord. Allora perché non ipotizzare un piano che vede le amministrazioni regionali di Calabria e Sicilia istituire una tassa di transito per i natanti che quotidianamente pur di non circumnavigare la Sicilia come ovvio preferiscono attraversare lo Stretto con tutti gli interessi che ne derivano.L’idea non è affatto bizzarra se si pensa a Corinto,Suez,Panama etc.Il Federalismo che il Governo si appresta a presentare e che inevitabilmente ancora una volta vedrà penalizzate le Regioni Meridionali ,non ci deve trovare impreparati .Lo Stretto con il Ponte va inteso come risorsa economica che appartiene solo alla Calabria e Sicilia. Come il petrolio che produce la Basilicata deve appartenere ad essa. Si potrebbe altresì ipotizzare che le Regioni più povere d’Italia quali Calabria,Puglia,Basilicata ,Campania potessero avere lo status di Regioni Autonome come Valle d’Aosta,Friuli Venezia Giulia,Trentino Alto Adige con tutti i benefici e privilegi che ne deriverebbero ! Se così fosse ben venga il federalismo.

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