venerdì 15 aprile 2011

Calabria Day


Il 16 aprile prossimo lei sarà uno dei testimonial della Calabria positiva. Quella che vuole emergere sulle negatività e mostrare una nuova immagine di sé. Se questa è una delle strade possibili, cosa si potrebbe affiancarle?

«Non credo sia necessario affiancare qualcosa, ma incrementare quello che c’è: la volontà. Qualunque sia l’impresa, la costruzione umana, essa è o non è, secondo che ci sia o no la volontà. E io la vedo germinare, con forza e varietà sorprendenti, in Calabria. La regione lavora molto sul suo passato e sul suo futuro: sia con il fiorire di iniziative identitarie e popolari (gruppi musicali, teatrali, di ricerca storica), per il recupero della memoria: mi verrebbe da dire che l’antropologia culturale, più che la storia, è strumento politico, in Calabria; sia con la nascita di esperienze come “Io resto in Calabria”, “E ora ammazzateci tutti” o i giovani che trasformano in occasione di sviluppo i beni sottratti ai mafiosi: segnali forti, che denotano volontà e generano emulazione. Riassumo: il cosa c’è già; il come si sta delineando; il quanto (la formazione di massa critica, punto di non ritorno) è solo questione di tempo, se la volontà non verrà meno».


• Dal punto di vista storico-sociale quali fattori, secondo lei, hanno inciso più di altri sull’attuale condizione della Calabria?

«Uno; l’isolamento dal resto del Paese; l’isolamento all’interno stesso della Calabria: ogni paese un mondo chiuso agli altri; l’assenza di vie di comunicazione che rompessero questo isolamento. Se volessi riassumere, direi: strade, binari e marinai (non pescatori, marinai, di cui la Calabria è sempre stata scarsa, a parte qualche cristiano rinnegato poi divenuto pirata musulmano). Due: la spaventosa, per quantità, “perdita dei padri”: l’emigrazione postunitaria distrusse il sistema delle regole; una famiglia su tre era composta di sole donne, a cui l’evoluzione della specie ha assegnato la ricerca di tutte le eccezioni possibili a favore dei propri figli. Una pulsione positiva che, in condizioni degradate, diviene negativa: la mafia coltiva le eccezioni a proprio vantaggio, distruggendo le regole che mirano al bene di tutti».


• Perché la “Calabria positiva” stenta a guadagnarsi lo spazio che merita?

«Le condizioni in cui deve muoversi per conquistare spazio sono terribili. I calabresi consapevoli e “conseguenti” devono essere eroi per fare cose normali altrove. Ma sono sempre di più a farlo. Non tanti quanto servirebbe, ma tanti di più rispetto al rassegnato silenzio di ieri».


• C’è chi sostiene che la Calabria è persa. Ormai sganciata dal contesto nazionale sarebbe avviata verso una deriva senza ritorno. Ritiene che questa sia una lettura valida o, al contrario, ha intravisto segnali più incoraggianti?

«Una legge fisica e chimica dice che il mondo cambia lungo i bordi, sui confini. Con un’altra parola, non casuale: ai margini. Lì è la Calabria. E la storia (detto benissimo ne Il cigno nero di N. T. Taleb; o da Z. Bauman) insegna che il futuro emerge sempre dove e come nessuno lo aveva previsto. Tutti guardano alla Lega Nord, al Settentrione, per capire dove andrà il Paese; la sopresa potrebbe venire da Sud, e dal Sud che meno ti aspetti».


• Chi sarà il protagonista del cambiamento della Calabria e con quali mezzi questo dovrà essere perseguito?

«I fenomeni sociali sono sempre complessi. Ma se dovessi tentare una semplificazione: sono i giovani che scoprono il valore della propria terra, che non ne accettanno più la rappresentazione perdente, negativa, rassegnata. E, invece di andarsene, pensano di poterla rendere come la vorrebbero. Possono farcela».


• Che Calabria si aspetta di conoscere al Calabria Day?

«Questa che ho appena descritto. Ma ce ne sarà anche un’altra, che vorrebbe farne parte ma non ne ha il coraggio, non ha fiducia. E ci sarà, ben mimetizzata, la Calabria che nel meglio che cerca di nascere riconosce il suo nemico».


• Qual è, secondo il suo parere, il messaggio più importante che da questa manifestazione deve arrivare ai giovani calabresi?

«Uno solo: noi ci siamo e ci crediamo. E c’è posto per tutti, qui. Di tutti c’è bisogno».


• Lo potrebbe sintetizzare in uno slogan?

«Chi meno ha darà a tutti. Abbiamo cominciato».


Fonte: http://www.calabriaday.it/?page_id=725

martedì 5 aprile 2011

Il Fuoco del Sud


L’Italia disunita. In un libro di Lino Patruno l’impietosa analisi di un paese dilaniato da forti spinte centrifughe



di Romano Pitaro

Scriveva Giustino Fortunato: “Amico mio, adoperiamoci finché l’Italia vivi e perduri, perché soltanto due o tre secoli di unità possono, forse, redimere il Mezzogiorno”. In effetti 150 anni non sono bastati.

Per il Sud, anzi, scarnificato dall’Unità, sedotto e abbandonato, è stato un continuum di fallimenti. Al Nord un’area ricca e competitiva come la Baviera, al Sud l’area più depressa d’Europa che espelle giovani: a Milano nel 2009 sono giunti 15mila giovani siciliani e calabresi. Impietosa la Svimez: in undici anni, dal 1998 al 2008, 700mila persone sono emigrate dal Sud al Centro-Nord. Due Italie mai così lontane.

Mi immergo nel “Fuoco del Sud”, lo sferzante libro di Lino Patruno (Rubbettino editore) prendendo in prestito la cautela suggerita da un meridionalista unitarista come Fortunato. E sì, perché qualora sulle valutazioni razionali che inducono ad apprezzare – nonostante tutto – il valore dell’Unità, consapevoli che la storia non si fa con i se e che il Sud ha anche tanto da farsi perdonare (dal referendum istituzionale del ’46 quanto votò per la monarchia, alla scelta di classi dirigenti miopi o ‘ascare’) prevalessero le ragioni del cuore e ci lasciassimo
avvincere dalla travolgente prosa di Patruno, saggista ed editorialista della Gazzetta del Mezzogiorno dopo averla diretta per tredici anni, rischieremmo di canticchiare a nostra insaputa qualche strofa di quella scoppiettante canzone di Eugenio Bennato: “Ommo se nasce, brigante se more/ma fino all’ultimo avimma spara’/ e se murimmo menate nu fiore/ e na bestemmia pe sta libertà”. Ed è fatta!

La Lega dei “duri e puri”, pur sedendo negli scranni di Roma ladrona ormai da un ventennio, non aspetta altro. Che, insomma, anche dal Sud finalmente tracimino i veleni mai evaporati contro l’annessione piemontese che lo mise a ferro e a fuoco. E inizi, anche il Sud, simmetricamente e con uguale intensità di cannoneggiamento, a professare la secessione, in vista di un addio all’Italia perennemente molesta nei suoi riguardi. E quindi a sfilare la tela dell’Unità che il grande preludio della rivoluzione giacobina del 1799, che issò la Repubblica napoletana poi capitolata nel sangue, ed i successivi moti insurrezionali, consegnarono all’Occidente dopo lo sbarco a Marsala. Ammonisce il ministro Brunetta: “Chi crede che liberarsi di un pezzo d’Italia sia utile a prendere velocità illude se stesso, o non sa far di conto”. Bene, ma ai poteri forti che muovono la Lega (industria, finanza, banche, giornali, associazioni di categoria, sindacati, partiti e università) in questa congiuntura critica, finita la Grande Abbuffata, fa comodo enfatizzare un Sud perduto, tutto “monnezza, spreco e criminalità”.

Il nuovo lavoro di Patruno ( l’ultimo è “Alla riscossa terroni”) che giunge non casualmente dopo l’euforia del 17 marzo, in effetti ha l’aria di essere, piuttosto che l’ennesimo pamphlet sui torti subiti dal Sud con corredo di citazioni e sussidi bibliografici, l’agile “libretto rosso” messo a disposizione della galassia di sigle, in verità solo in parte inneggianti al trono e all’altare. Associazioni, intellettuali e fondazioni, case editrici, periodici e siti web appollaiati sul Mezzogiorno stanco e in procinto di lanciare un piano di riscossa che dovrebbe inquietare le autorità costituite. Benché tuttora, e neppure dopo il prezioso ed inedito scavo di Patruno nella miniera “neoborbonica”, aldilà delle arcinote recriminazioni segnalate persino da Bolton King e Thomas Okey nel 1904 in un libro intitolato “L’Italia d’oggi” prefato da Benedetto Croce (“Il Mezzogiorno può provare che dall’Unità ha tratto più profitto il Settentrione sia finanziariamente sia economicamente; che è gravato al di sopra della proporzione della sua ricchezza; che lo Stato spende lire 50 per ogniabitante nel Piemonte, nella Liguria e nel Lazio, mentre spende meno di lire 15 negli Abbruzzi, nella Basilicata e nelle Calabrie; che la gran massa della moneta pubblica, erogate in ferrovie, porti ed irrigazioni, ha preso la via del Settentrione e del Centro”) sia dato capire qual è, se c’è, il disegno.

Va bene l’indignazione, ma dopo? Nel denso capitolo “Alla caccia del che fare” i suggerimenti traboccano. Di tutto e di più. Si va da chi asserisce che “il Nord ha esaurito la sua spinta propulsiva e costruire sul costruito gli causa solo forti inefficienze economiche che si scaricano sul resto del Paese sotto forma di aumento incontrollato di spesa pubblica” a chi ritiene che “Investire nel Sud è l’unica possibilità di salvare il sistema dal fallimento generale”; c’è chi è dell’avviso che “Il Sud deve arrabbiarsi di più” e chi auspica che “Il Sud esca dalla gabbia liberale”; c’è chi è convinto che “il blocco sociale su cui puntare è la nostra grande emigrazione” e chi asserisce che “bisogna cancellare la questione meridionale con una riforma costituzionale”; altri credono che “bisogna costituirsi in maxiregione autonoma o in Stato indipendente federato con gli stessi confini del Regno delle Due Sicilie” e che “Serve una rivoluzione dal basso, una nuova classe dirigente capace di traghettare il Sud dall’era nell’era post industriale”; c’è chi lo vuole “identitario” il Meridionalismo e chi rilancia le teoria economiche di Nicola Zitara per il Sud “Stato indipendente”: servono banche, impegno contro la mafia e libertà di amministrare le proprie risorse. Resta, però, il fatto che le diverse sigle non riescono mai a parlare con una voce sola. Stanno nelle retrovie. Impotenti. Non incidono in alcun modo nelle decisioni politiche. I tentativi di aggregarsi, tanti negli ultimi vent’anni, sono andati a vuoto. Senza dire del ghigno che offrono a chi fonda partiti per il Sud dall’alto (Lombardo, Poli Bortone), perché coriaceo è il sospetto sia per la forma partito che per “le sirene partitocratiche”.

Genericità e frammentazione, da un lato. Ma dall’altro, scrive Patruno, i movimenti sono “impegnati a lavorare sul futuro, battendosi per liberare il Sud dalla sudditanza subita” e, confidando sulla “Rete”, per divulgare, come mai era accaduto, “il ritrovato orgoglio meridionale e il rifiuto di un Sud di nuovo allo stremo”.

E’ la parte più intrigante del libro, quella che porta in superficie nomi e volti dei nostri giorni di tutte le regioni meridionali, le cui opinioni spesso liquidate dalla pubblicistica con l’aggettivo sprezzante di neoborbonico, sembrano voci nel deserto. Opinioni che non hanno mai smesso di contrastare le “logiche colonizzatrici”; di chiedere perché Napoli, la più grande metropoli d’Italia prima dell’Unità, “la terza in Europa dopo Londra e Parigi con oltre 400mila abitanti”, sia stata di punto in bianco “ridotta a prefettura sabauda”; perché – lo documenta l’economista Vittorio Daniele, docente all’Università Magna Grecia di Catanzaro – il divario Nord/Sud inesistente durante il Regno delle Due Sicilie, cresce a dismisura con l’avvio della modernizzazione del Paese; perché il Sud fu espropriato delle sue banche (Banco di Napoli e di Sicilia) e vennero smantellate la più grande industria metalmeccanica del momento a Pietrarsa, dove lavoravano 1050 operai (l’Ansaldo di Genova occupava 480 operai), e il complesso siderurgico di Mongiana che diede il ferro per la realizzazione del primo ponte sospeso di 76 metri sul Garigliano; perché fu introdotta una fiscalità feroce che con la tariffa doganale piemontese e la tassa sul macinato svuotarono il Sud e aprirono le porte alla soluzione finale: la grande emigrazione meridionale, che vide scappare dal Sud tra il 1887 ed il 1914 sei milioni di persone.
Gettano fasci di luce le opinioni di questi “nuovi briganti” su tante bugie risorgimentali sparse a pieni mani nel dibattito pubblico. Commenta Patruno: “Al Sud servirebbero di nuovo i briganti, agguerrite bande a mano armata di megafono e non di moschetto, dell’ardimento della parola più che della proditorietà del gesto, briganti della comunicazione che stimolino le coscienze, suscitino la ripulsa soprattutto in un’Italia unita mai così disunita”. Oltre le pubblicazioni e la convegnistica, dinanzi alle sempre più laceranti emergenze sociali, Patruno intuisce che nella pancia del Sud c’è un sommovimento che non ha udienza nelle Istituzioni e cova rivalse, anche se non minacciano rivoluzioni né progettano tumulti. Non ha cittadinanza nei media nazionali torturati dalla cronaca politica ed è a questa galassia che si rivolge. Spiega: “Il ‘Fuoco del Sud’ sempre ignorato, macina con la inquietudine sotterranea di un vulcano mai spento, un’energia soffocata, la rabbia repressa di un torto subito. E proprio la convinzione dell’ingiustizia di una storia dell’Unità scritta ancora una volta dalla parte dei vincitori e mai dei vinti è la scintilla che attraversa un Sud sommerso e ribollente per quanto a lungo silente, frustrato, diviso, scoraggiato”. Il libro mira, in apparenza almeno, a inserirsi nel lungo filone del recupero della memoria, ma è chiaro che è frutto, anch’esso, delle recriminazioni in cui s’immerge e su cui getta benzina. Fin dal titolo, infatti, “Fuoco del Sud”, amplifica le doglianze, violenze patite, gli eccidi, stupri e le rapine di ieri. E con il contributo di economisti ribalta luoghi comuni che oggi vorrebbero il Sud parassita e immobile. Offre, mentre s’imbatte nella rabbia espressa nel web di un movimento che ha radici nel Sud e in quell’altro Sud che è il Nord zeppo di meridionali, parole d’ordine e chiavi di lettura a chi l’animosità verso l’annessione non l’ha mai deposta. Il libro tende a diventare il vademecum di un movimento che, dal 1861 fino ai nostri giorni, non ha mai smesso di ricordare la pagina vergognosa del primo genocidio e della prima pulizia etnica della nostra storia comune (Nino Bixio sosteneva che “al Sud i nemici non basta ucciderli, bisogna straziarli, bruciarli vivi a fuoco lento. E’ un paese che bisogna distruggere o almeno spopolare, mandarli in Africa a farsi civili”) con l’uccisione di migliaia e migliaia di contadini definiti briganti, e che oggi denuncia non l’acrimonia tra centrodestra e centrosinistra, ma la guerra ininterrotta tra Nord e Sud. Quel Nord che ha fatto del Sud “un paradiso abitato da diavoli”.

Occorre però stare attenti, se si vuol evitare di sfondare l’Italia repubblicana figlia di più vicende, di due guerre mondiali, della resistenza, della Costituzione e del “sogno europeo” che nel mondo disorientato è un punto da cui ricominciare. Non dobbiamo dimenticare che 150 anni sono pochi, per permettere ad un Paese di fronteggiare spinte centrifughe di tale asprezza. Specie se all’irruenza politicamente potente della Lega si sommasse il “Fuoco del Sud”. E’ vero che anche la Francia (separatismo corso), la Spagna ( l’Eta e il separatismo della Catalogna) e l’Inghilterra (Ulster) hanno problemi interni, “ma – spiega Romano Bracalini nel suo “Brandelli d’Italia” edito anch’esso da Rubbettino – i tre Stati possono vantare una storia unitaria quasi millenaria e nessuno minaccia la loro stabilità. Mentre l’Italia, non avendo risolto i problemi che mettono tuttora a repentaglio la sua unità nazionale, è più simile alla Cecoslovacchia e al Belgio”. E sappiamo cos’è successo da quelle parti.

da Il Quotidiano – domenica 3 aprile

Fonte:Onda del Sud

domenica 27 marzo 2011

Banca del Sud affare del Nord


di Lino Patruno


Per favore, fateci capire sulla Banca del Sud. Ci vogliono entrare le Banche popolari del Nord, e allora uno dice: finalmente si sono convinti che al Sud si può lavorare bene. Poi però si apprende che pretendono il 60 per cento: cioè appropriarsene.

Le Banche popolari del Nord sono quelle che curano gli interessi delle piccole e medie im­prese settentrionali. Atroce sospetto: la Banca del Sud cavallo di Troia per venire ancòra una volta a fare affari al Sud. Magari come 150 anni fa, quando vennero per “portare” la libertà e finirono per “portarsi” il territorio.

Ma a pensare male si fa peccato. Poi però si apprende inoltre che il candidato alla guida di questa Banca del Sud è Massimo Pon­zellini, presidente della Banca popolare di Mi­lano, città più vicina alle Alpi che al Me­diterraneo, anche se, udite udite, è la città che ospita la Conferenza sul Mediterraneo. De­vono aver scambiato l’acqua salata con la ne­ve. Merito principale di Ponzellini, oltre a tutto il suo curriculum vitae ecc. ecc., essere gradito a tal Umberto Bossi, che così si can­dida a mettersi alla testa anche del Mezzo­giorno. Bisogna però ammirare la coerenza storica. Anche la Cassa per il Mezzogiorno fu una Cassa per il Mezzogiorno ma fece tornare quasi tutti i soldi al Nord: Cassa per il Set­tentrione. Una partita di giro per l’acquisto di prodotti del Nord, per i lavori pubblici che le imprese del Nord vennero a eseguire al Sud, per gli incentivi che le medesime si presero al Sud senza che nessuno controllasse mai se i capannoni che innalzavano diventavano in­dustrie (si dovrebbe organizzare un viaggio nei cimiteri meridionali delle industrie mai nate).

Coerenza storica ma anche continuità sto­rica. Nei giorni scorsi, “La Stampa” di Torino ha avuto l’ammirevole onestà di riportare quanto ogni anno il Nord esporta al Sud: circa il 70 per cento della sua produzione. Se ci aggiungiamo i servizi (esempio la spesa delle Regioni meridionali per i ricoveri al Nord) e i costi dell’emigrazione (un laureato costa al Sud circa 100 mila euro e ne emigrano 80 mila all’anno), si arriva a 96 miliardi di euro che il Sud trasferisce ogni anno al Nord.

Dal Nord al Sud scendono invece 50 miliardi all’anno (il famoso “Sacco del Nord”). Anzi non scendono dal Nord al Sud, ma da chi è più

Ministro on. Umberto Bossi

ricco e paga più tasse (diciamo) a chi è meno ricco: scendono insomma anche da un lom­bardo benestante a un lombardo malestante. Principio di solidarietà alla base di tutti i moderni Stati democratici. Anche se fa dire al suddetto Bossi che il Sud vive a spese del Nord (titolo della “Padania” per la festa dell’unità: “Il Nord paga, il resto d’Italia festeggia”).

Il Sud si deve fare restituire 46 miliardi all’anno. Anzi di più. Perché non solo nel frattempo la spesa pubblica dello Stato con­tinua a essere maggiore al Nord (lo dice il ministero di Tremonti). Ma bisogna aggiun­gerci i 25 miliardi (almeno) di fondi Fas de­stinati appunto alle aree svantaggiate e finiti invece a coprire il taglio dell’Ici in tutt’Italia, la cassa integrazione soprattutto per le aziende del Nord, le multe ai lattivendoli padani che hanno prodotto più del pattuito fregando per primi i colleghi altrettanto padani. Ma per loro Bossi ha un debole.

Perciò crede ancora alla Befana chi teme che la Lega Nord voglia la secessione stac­candosi dal resto d’Italia. Saranno un po’ ru­stici ma non fessi. L’articolo uno del loro sta­tuto parla di “indipendenza” della Padania, cioè appunto di secessione. Ma non aggiunge se deve essere secessione statale o economica. E’ sufficiente quella economica. Cioè quella che si sta realizzando e sarà definitiva col federalismo: ciascuno si tiene il suo. Ma già il Nord, come abbiamo visto, si tiene quello del Sud. Il quale starà ancòra peggio perché, es­sendo più debole, non potrà che aumentare le tasse per dare almeno stessi asili e bus di ora.

E però la parola d’ordine è la solita: col federalismo il Sud starà meglio. Bisognerebbe sospettarne solo perché lo dicono Calderoli e compagni, notori malefattori del Sud. Il Sud dovrebbe stare meglio perché si dovrebbe go­vernare meglio. Detto da chi, col Paese terzo indebitato del mondo, continua ogni anno ad aumentare la spesa pubblica invece di dimi­nuirla.

Inutile aggiungerci contorni. Caro carbu­rante: le addizionali regionali penalizzano il Sud. Assicurazione obbligatoria auto: il 50 per cento in più di costo al Sud perché, teorizzano, più a rischio truffe (ma anche se uno non ha mai fatto incidenti paga di più rispetto a uno altrettanto “buono” del Nord). Ci sono troppi alpini meridionali, mandiamoli via. E gli insegnanti meridionali al Nord devono cedere il posto a quelli locali anche se questi sono so­mari e loro bravi. Infine viene il cantante Grignani a Bari e di fronte a un impianto audio difettoso che il suo stesso staff aveva controllato dice: siamo in Puglia non a Ber­gamo. Anzi Berghèm.

da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 25 marzo 2011

www.linopatruno.com


Fonte:Onda del Sud

martedì 22 marzo 2011

Non lo sapevo !!


Benvenuto sul Sito Internet del Comune di Tarsia
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La costruzione, del Campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, ha avuto inizio nel maggio 1940 ed è stata eseguita dalla ditta Parrini di Roma; alla stessa è stata affidata successivamente la manutenzione di tutto il Campo.

Il Campo, a differenza degli altri Campi di Concentramento italiani fu costruito ad hoc, e, nell'aspetto esteriore ricordava chiaramente un lager nazista, fatto com'era da lunghi capannoni e posto nell'immediata vicinanza della linea ferroviaria Sibari-Cosenza.

È stato il più grande ed importante Campo di Concentramento fascista Italiano, con una presenza media di oltre 2000 persone ed una punta massima, raggiunta nell'estate 1943, di 2.700 persone.

Era costituito da 92 baracche su un territorio di circa mq. 160.000 circondato da un recinto di filo spinato, sorvegliato dall'esterno lungo il suo perimetro dalla Milizia Fascista (gente del luogo e dei paesi vicini), mentre all'interno era sorvegliato da un Commissariato di Pubblica Sicurezza alle cui dipendenze vi erano un gruppo di agenti ed un Maresciallo.

Il Campo sorgeva nella Valle del Fiume Crati, a circa 6 Km dal paese di TARSIA, in una zona malsana, malarica e paludosa, dove erano in corso lavori di bonifica. Durante il periodo di prigionia molti internati si ammalarono e morirono di malaria. Esso entrò ufficialmente in funzione il 20 Giugno 1940.

Tra la fine di giugno e luglio 1940, giunsero a Ferramonti, provenienti da varie città dell'Italia Centro-settentrionale, più di un centinaio di Ebrei, solo uomini. Giorno dopo giorno arrivarono centinaia di persone così da formare, all'interno del Campo, una varietà di culture, lingue e usanze, ma dando anche luogo a non poche difficoltà dovute all'eccessiva popolazione ed alle ristrettezze economiche.

Dall'autunno del 1941 gli internati di Ferramonti non furono più soltanto Ebrei, Dalla Jugoslavia occupata, cominciarono ad arrivare moltissimi internati ariani, uomini politici e semplici cittadini che avevano avuto contatti con i partigiani.



Nel novembre 1941 arrivarono a Ferramonti i primi nuclei di Cinesi, altri profughi fuggiti dai Campi di concentramento della Germania e della Polonia giunsero da Rodi, si trattava per lo più di Ungheresi imbarcatisi a Bratislava, il 16 Maggio 1940 sul "Pentcho".

Gli internati arrivarono a Ferramonti sempre ammanettati, accompagnati da Carabinieri, venivano fatti scendere alla stazione ferroviaria della vicina Mongrassano e da qui proseguivano a piedi per circa 6 Km. Alcune volte, venivano fatti scendere direttamente al Casello Ferroviario di Ferramonti, a pochi metri dall'ingresso del Campo.

Il primo Commissario di P.S., nominato dal Ministero degli Interni a dirigere il campo fu Paolo SALVATORE.

Il 10 Luglio la Direzione del campo, rese noto il regolamento disciplinare a cui dovevano attenersi gli internati, che, riportava quanto previsto dalla Circolare ministeriale n. 442/12267, emanata l'8 giugno 1940 ed avente ad oggetto la prescrizione per i campi di concentramento e le località di confino.

Sottoposti a 3 appelli giornalieri, gli internati non potevano uscire dalle baracche prima delle 7.00 e dopo le 21.00, o superare i limiti del Campo senza uno speciale lasciapassare. Non potevano occuparsi di politica, né leggere, senza autorizzazione, pubblicazioni estere e la corrispondenza. Pure proibiti erano la detenzione e l'uso di apparecchi fotografici e radiofoniche e di carte da gioco. Non era invece previsto l'obbligo di lavorare, chi non aveva altri redditi per il proprio mantenimento, riceveva un sussidio governativo.

Gli internati realizzarono ben presto una organizzazione interna a carattere democratico basato sull'elezione diretta di un delegato per ogni baracca. Essi si riunivano tutte le settimane in una sorta di Assemblea dei delegati delle baracche, che eleggeva al suo interno un rappresentante generale di tutti gli internati, il Capo dei Capi delle baracche. Il più prestigioso fu GIANNI MANN.

Il Direttore del campo riconosceva ufficiosamente l'esistenza degli organi di autogestione e si appoggiava volentieri ad essi per mantenere quella tranquillità necessaria specialmente con l'arrivo delle donne e dei bambini.

Con l'arrivo dei bambini sorsero nuovi problemi in ordine alle scarse capacità alimentari e all'istruzione. Un sostanziale aiuto venne dato dalla organizzazione di ISRAEL KALK.



Con il beneplacito del Ministero degli Interni e della direzione, l'ing. Kalk poté dare il suo sostegno materiale e morale in quei duri anni agli internati di Ferramonti.

Gestiti degli stessi internati funzionarono una scuola, un asilo, un ambulatorio medico e, inoltre, si svilupparono varie attività artistiche, culturali e religiose, sia ebraiche che cristiane.

Tra gli internati del Campo vi erano decine di medici, tre rabbini, illustri pittori e musicisti, numerosissimi insegnanti e studenti universitari. Ognuno cercava di svolgere varie attività. La scuola del campo, fondata nell'autunno del 1940 da ERICH WITTENBERG (profugo dalla Cecoslovacchia, che fu il primo direttore) si arricchì di nuovi corsi e fu affiancata da un asilo per i più piccoli. All'interno del Campo vennero aperte anche 3 Sinagoghe.
Il 22 Maggio 1941, il Campo di Ferramonti, veniva visitato dal Nunzio Apostolico presso il governo italiano, Monsignor Francesco BORGONCINI-DUCA.

In occasione della visita del Nunzio Apostolico, gli ebrei chiesero di avere a Ferramonti una continua assistenza spirituale. Due mesi dopo fu inviato nel Campo il Cappuccino sessantacinquenne Padre Calisto LOPINOT, che presto riuscì ad accattivarsi la stima anche degli internati non Cattolici.

Visitò più volte il Campo di Ferramonti il Rabbino Capo di Genova dottor Riccardo PACIFICI, il quale celebrò solenni cerimonie nel Campo. Frequenti le manifestazioni artistiche e dibattiti culturali a Ferramonti: la vita culturale fu particolarmente intensa se non altro perché al suo interno si trovarono riuniti molti artisti di talento, vennero organizzati spettacoli teatrali, mostre di arte, corsi per adulti, conferenze.
La vita musicale era curata dal Maestro LAV MIRSKI, che prima della guerra era stato direttore d'orchestra all'Opera di OSIJEK (Jugoslavia). Anche lo sport ebbe grande impulso e in esso primeggiò il calcio, molto seguiti erano i tornei di scacchi .



I numerosi medici internati, spesso, alla fine della guerra furono autorizzati a curare anche persone dei paesi vicini. Uno di essi, dopo la liberazione, si trasferì proprio nel paese di Tarsia, dove rimase per circa 1 anno; un altro impiantò lo studio a Castrovillari, una cittadina a circa 30 Km. da Tarsia.

Nel 1943 fin dal primo mese avvennero numerosi episodi che mutarono le condizioni all'interno del Campo. Il 22 Giugno 1943 il direttore del Campo Paolo SALVATORE, venne trasferito, fu sostituito nel ruolo da Mario FRATICELLI.

Nell'estate 1943 la malnutrizione e la fame erano ormai una consuetudine a Ferramonti. Giungevano nel Campo una nuova categoria di internati, gli antifascisti italiani trasferiti da altri luoghi di detenzione.

Il 25 luglio 1943, un telegramma del Sottosegretario di Stato, diretto al Capo della Polizia chiedeva il trasferimento degli internati di Ferramonti di Tarsia nella Provincia di Bolzano ad un tiro di schioppo dalla fortezza tedesca. Ma quel giorno la storia avrebbe riservato altri avvenimenti: MUSSOLINI venne deposto e gli internati, temporaneamente, furono salvi.



Il 14 Settembre del 1943, verso le otto del mattino, sulla strada di Ferramonti apparivano i carri dell'VIII Armata Britannica. La Liberazione di Ferramonti avvenne in modo del tutto imprevisto.

La maggior parte degli internati, anche dopo l'arrivo degli alleati, non sapendo esattamente dove andare e cosa fare rimase a Ferramonti o si trasferì nella vicina Cosenza. L'abbandono del Campo si è avuto solo alla fine della seconda guerra Mondiale con la liberazione di tutta l'Europa dal giogo nazi-fascista.

Successivamente all'abbandono completo, da parte degli internati, le baracche che erano ben tenute non vennero in alcun modo vigilate e così iniziarono veri e propri saccheggi che vennero completati alla fine degli anni ‘60 dai lavori autostradali (A3 SA/RC) che ha diviso e sventrato in due tronconi le baracche esistenti.



Oggi poco è rimasto: le uniche baracche sono quelle che, durante il funzionamento del Campo, erano state utilizzate dalla Direzione e dagli uffici dell'Amministrazione del Campo, grazie alla cura dei coniugi PETRONI, dipendenti della Ditta PARRINI, che vi dimorarono fino alla loro morte (primi anni '90).

Del Campo di Concentramento nessuno parlò fino alla metà degli anni ‘70. Il Prof. Franco FOLINO, professore di lettere della vicina Roggiano Gravina, alla luce dei racconti di cittadini che hanno vissuto personalmente quegli anni, ha voluto approfondire questi racconti regalando così il suo primo libro su Ferramonti.

Ma solo alla fine degli anni 80, le istituzioni cominciarono a rendersi veramente conto ed a conoscere di nuovo Ferramonti ex Campo di Concentramento.

Così negli anni ‘90 l'Amministrazione Comunale di Tarsia, ha iniziato a mettere in atto iniziative concrete tese a valorizzare il " patrimonio "Ferramonti, così si è resa protagonista di atti formali, quale appunto far sottoporre, in data 30/08/1999, l'area a vincolo da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e procedendo alla recinzione di tutto il terreno.

Avendo registrato grande interesse, soprattutto da parte delle scuole, e vista la poca sensibilità da parte delle istituzioni sovra-comunali, L'Amministrazione Comunale di Tarsia, in collaborazione con il Comitato PRO-FERRAMONTI, oggi Fondazione " Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia ", ha voluto dare un segnale forte realizzando all'interno di una baracca, il Museo della Memoria, che, ripercorre, con documenti e fotografie, gli anni in cui il Campo di Ferramonti è rimasto attivo. Il tutto è stato interamente realizzato con finanziamenti Comunali.





Il Museo è stato inaugurato il 25 Aprile 2004 ed è gestito dalla " Fondazione Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia ", di nuova costituzione.





BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

• F. Folino: " Ferramonti un lager di Mussolini ", Editore Brenner, Cosenza 1985;

• C. S. Capogreco: " Ferramonti, la vita e gli uomini del più grande campo di concentramento fascista (1940-1945) ", Giustina, Firenze 1987;

• F. Folino: " Ebrei destinazione Calabria (1940-1943) ", Editore Sellerio, Palermo 1988;

• F. Folino: " Ferramonti? Un misfatto senza sconti ", Editore Brenner, Cosenza 2004.

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