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martedì 22 febbraio 2011

Roberto Benigni e le "dimenticanze" sull'Unità d'Italia

Di Gennaro Limite
Prima di qualsiasi riflessione sul lungo monologo-esegesi sull'Unità d'Italia e sull'inno di Mameli con il quale Roberto Benigni ha intrattenuto i telespettatori e gli ospiti del Festival di Sanremo, è doverosa una precisazione: chi scrive ha in corpo quel "sano patriottisimo gioioso" del quale ha parlato con grande trasporto e sincerità il grande comico toscano; chi scrive non crede e mai crederà nella divisione del Bel Paese; chi scrive non si lascia tentare da nostalgie borboniche e filo-monarchiche alla "w o' re".
La critica alla critica benignana, dunque, parte esclusivamente dal desiderio sempre più forte di vedere finalmente riemersa una verità storica che proprio da 150 anni viene sommersa da tonnellate di menzogne, favole raccontate dai vincitori ed insulti perpetui e sfacciati alle vittime di un'Unità che è stata, come ogni processo di unificazione nazionale, violenta e per nulla romantica e repentina.
Del resto, anche senza nutrire particolari simpatie per la casa Borbonica, vederla descritta come una sorta di cancro salvificamente ed altruisticamente estirpato dalla venuta dei Savoia, risulta ingiusto e gravissimo soprattutto per i milioni di meridionali uccisi non certo per essere "liberati" dall'oppressore borbonico, ma, al contrario, per subire una vera e propria colonizzazione ed un durissimo e barbarico regime volto esclusivamente ad assorbire più risorse possibili ed a risucchiare le ricchezze di un territorio che non è nato povero come la retorica didattica dilagante vuole lasciar credere.
Non si comprende, infatti, la descrizione eroica ed appunto romanzata di personaggi sicuramente controversi come Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso conte di Cavour. Così come non si comprende il motivo della "beatificazione leggendaria" di quella marcia dei 1000 che di eroico ebbe poco o nulla e di furfantesco-fortunoso moltissimo. Eppure, le verità (scomode) sull'Unità d'Italia dovrebbero essere oramai stranote a personaggi del calibro di Benigni e dovrebbero trovare finalmente spazio anche sulla tv nazionale. Se Unità fraterna, profonda, reale e trasparente deve essere, allora occore sapere cosa è sul serio accaduto per ottenere quella farlocca che ci ritroviamo oggi. Non per dividere; non per creare ulteriori atomismi in un paese già "geneticamente" frammentato in ridicole e miopi lotte identitarie aggrappate al passato e terrorizzate dal presente e dal futuro; non per fomentare sentimenti scissionisti o di vendetta nei confronti dei pronipoti di quei soldati settentrionali che massacrarono le popolazioni del Sud. Ogni vera nazione matura, però, ha dovuto trovare il coraggio e la forza di guardare negli occhi la violenza del proprio passato e delle proprie lotte intestine. La guerra fratricida, piaccia o no, fa difatti parte della storia dell'uomo fin dalle origini.
Tanto per citare uno dei casi più eclatanti ed eloquenti, basta ricordare che anche gli americani hanno lottato duramente prima per la propria indipendenza dalla corona britannica e, successivamente anche tra loro durante la guerra di secessione. Ai bimbi statunitensi, però, non si insegna una storia romanzata e fuorviante ma si presenta fin da subito la cruda realtà e le sanguinose lotte che i patrioti hanno condotto per dar vita a quella che resta ancora la potenzia mondiale. Benigni avrebbe forse potuto tentare una mossa incredibilmente ardita che comunque lo avrebbe inscritto per sempre nelle memorie di questo travagliato paese: parlare della vera Unità italiana per combatterne l'appiccicamento posticcio di etichette e storie da osteria brianzola imposto da 150 anni ad una nazione che ha giustamente definito "minorenne". Avrebbe ad esempio potuto dire che senza rinascita del Sud la penisola non ha speranze di sopravvivere alle sfide del mondo globale. Avrebbe potuto ricordare che sapere quanto il Regno delle Due Sicilie fosse stato grande, non serve per rievocarlo o per trovare giustificazioni ed intonare lagne vittimistiche ma, al contrario, per ricordare a chi è nato nel Mezzogiorno che ha tutte le possibilità per essere di nuovo "potente".
Avrebbe poi potuto ricordarsi di Cialdini, degli eccidi nei villaggi meridionali, del glorioso (e depredato) Banco di Napoli, della distrutta industria navale e tessile dei Borbone; dei primati incontestabili del loro regno. Non lo ha fatto ed ha scelto un buonismo unitario di eccelsa qualità per contrastare la misera e populistica retorica secessionista della Lega Nord. Il risultato è stato buono per la "massa" ma sicuramente monco per chi, da grandi uomini come l'artista toscano che ci rende onore nel mondo, si aspetta cose altrettanti grandi e slanci coraggiosi.
La polemica infinita su quei 250.000 euro che sarebbero frutto di un compenso troppo generoso, in ultimo, non fa altro che confermare per l'ennesima volta l'incredibile, imbarazzante, ipocrita e quasi grottesca retorica di una destra già umiliata ed umiliante ai tempi di Indro Montanelli ed oggi definitivamente destinata, come del resto la sedicente sinistra, ad un moralismo ad personam che si dimostra sempre più incapace di trovare contatto con una moralità diffusa, forte e credibile.

IL VERO RISORGIMENTO ITALIANO RACCONTATO DAI GRANDI
Del resto, come tutti i più informati sanno, sono innumerevoli gli storici e gli intellettuali che nel corso degli anni hanno tentato di far emergere la verità storica sul Risorgimento italiano. Di seguito, per aiutare anche i lettori più assuefatti alla propaganda retorica dei vincitori, ci permettiamo di citare Indro Montanelli, Antonio Gramsci ed addirittura lo stesso conte di Cavour

"La guerra contro il brigantaggio, insorto contro lo Stato unitario, costò più morti di tutti quelli del Risorgimento. Abbiamo sempre vissuto su dei falsi: il falso del Risorgimento che assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola!"
Indro Montanelli

"Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti".
Antonio Gramsci

"Come ha potuto solo per un momento uno spirito fine come il tuo, credere che noi vogliamo che il Re di Napoli conceda la Costituzione. Quello che noi vogliamo e che faremo è impadronirci dei suoi Stati"
Camillo Benso conte di Cavour (all’ambasciatore Ruggero Gabaleone)

"Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esser preso a sassate, essendo colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio".
Giuseppe Garibaldi

E dunque, perchè continuare a voler forzare un sentimento unitario raccontando fiabesche e spudorate menzogne e soprendersi per il fatto che quest'ultimo è appunto poco spontaneo e sentito dalla popolazione? Com'è possibile che anche Benigni abbia accettato di farsi portatore di una mole così schiacciante di falsità ed omissioni? E com'è possibile che molti sedicenti italiani sia così allergici a ridiscutere le proprie errate convinzioni? Tutti dilemmi tipici di un paese adolescente popolato da ingenui presuntuosi e governato da cinici ed avidi ottuagenari.

Fonte:Julienews

lunedì 20 dicembre 2010

giovedì 16 dicembre 2010

IL FEDERALISMO E' SOTTO I NOSTRI OCCHI !

IL FEDERALISMO è SOTTO I NOSTRI OCCHI, FATE GIRARE. URGENTE (dobbiamo informare TUTTI)
pubblicata da Briganti il giorno giovedì 16 dicembre 2010 alle ore 11.46

In trenta anni, sfruttando il sottosuolo calabrese, sono state versate accise per 750 miliardi alla regione Lazio. La necessità, quindi,che la Società Ionica Gas abbia sede legale a Crotone.



Al largo del mare della città di Crotone, da oramai da trenta anni, l'Eni (attraverso l'Agip sino allo scorso anno) estrae gas metano, immettendolo nella rete nazionale.

Si tratta di un quantitativo considerevole: giornalmente, circa 2.400.000 metri cubi (due, tre anni or sono, invece, la produzione era di ben sei milioni di mc al giorno)

L'Eni, nei mesi scorsi, ha deciso di spezzettare il settore gas in tre società: una per il Nord Italia (appannaggio della Padania, perchè l'on. Bossi conosce perfettamente il meccanismo) una per il Centro ed, infine, una per il Sud, la Newco Ionica Gas , con sede operativa a Crotone (da dove l'Eni la Società Madre "succhia" il metano), ma con sede legale ad Ortona, in Abruzzo. E' veramente un assurdo ciò!

Perchè le sostanziose accise relative al gas metano vanno, così, versate nelle casse della regione Abruzzo, dove si trova ubicata la sede legale della Società.

Anzi, un doppio assurdo. Perchè ad Ortona vi è un'altra sede legale, quella relativa al Centro Italia (vale a dire: la"Adriatica Idrocarburi").

Ecco, dunque, la necessità urgente di pretendere che la Società Ionica Gas debba risultare registrata a Crotone, in modo che, un domani, le accise possano essere versate nelle casse della Regione Calabria.

Sono delle somme non trascurabili che vanno versate nelle casse delle regioni interessate, mese dopo mese, in base ai metri cubi estratti nel corso dell'anno precedente.

In Emilia e Romagna l'accise per il gas metano è di euro 0,0051646 per ogni metro cubo. Secondo calcoli da noi fatti, e considerando che la produzione giornaliera nella sede di Crotone è di due milioni e quattrocentomila metri cubi, la Società Ionica Gas dovrebbe versare all'incirca 4 milioni e mezzo di euro. Ossia, all'incirca 9 miliardi delle vecchie lire.

E poichè per trenta anni l'estrazione giornaliera si è attestata sui sei miloni di mc , quante centinaia e centinaia di miliardi, sfruttando il sottosuolo calabrese, sono state versate alla Regione Lazio, dove ha la sede legale l'Eni?



Ebbene sarebbe ora che le autorità locali e quelle regionali intervenissero, con cortesia ma con decisione, al fine di potere godere tutti noi di simili privilegi

In Lucania, infatti, grazie alle accise versate dalle varie Società petrolifere, ogni cittadino economizza euro ottanta all'anno per quanto riguarda il consumo del gas in seno alla propria famiglia.

Perchè mai, dunque, concedere alla regione Abruzzo ciò che spetterebbe di diritto alla regione Calabria?

Una società del luogo - la Biomasse Italia s.p.a. - proprietaria nella nostra zona di due impianti per la produzione di energia elettrica, partendo dalle biomasse, ha avuto la sensibilità, senza l'intervento di nessuno, di iscrivere la Società nei registri della nostra Regione.

Ma siamo certi che, se invitata e sollecitata, tale sensibilità si riscontrerà anche nella Società Ionica Gas.



Rodolfo Bava

lunedì 6 settembre 2010

L'Unità d'Italia non è questa !!!

«Questa è Africa! Altro che Italia!
I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono latte e miele.»

(Enrico Cialdini, luogotenente del re Vittorio Emanuele II a Napoli)



Negli ultimi giorni assistiamo, al tentativo, sempre più vano, da parte di boriosi professoroni e di impiegati padronali, di continuare a propinarci le solite stanche "visioni"risorgimentali nel tentativo di confutare le verità storiche sull'invasione del Regno delle Due Sicilie che , grazie anche al successo del libro di Pino Aprile "Terroni" e all'opera di tanti storici revisionisti che da anni, con il loro prezioso lavoro portano alla luce scritti e documenti inconfutabili, concorrono a smascherare le verità proibite sulla storia d'Italia. Ci piace ricordare a tal proposito anche i libri di Antonio Ciano che fu fra i primi a cercare di sollevare il velo di menzogne risorgimentali , pagando il suo coraggioso tentativo con un processo che durò ben quattro anni, venendo comunque assolto; quello che scrisse erano verità.....

Peccato, perchè nei giorni scorsi un'interessante articolo di Marcello Veneziani sulla "casta degli Storici" ci aveva fatto sperare in una presa di coscienza da parte di alcuni di quest'ultimi, ma evidentemente è chiedere troppo e quindi i ben pasciuti pennaruli di regime ancora blaterano di grida di dolore, di Sud miserrimo e negletto, di Regno poverissimo e analfabeta. Si mettano pure il cuore in pace lor signori, che ancora tentano di rifilarci come verità storica il solito soldo bucato dell'unità, cercando così di camuffare la feroce realtà della conquista espansionistica coloniale piemontese....Il Sud si sta svegliando e di questi imbonitori ne ha le tasche piene.


Ecco, a smentire le solite menzogne, alcune citazioni, fra le tante, tratte dalla rete :





Il piemontese conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz era capitano nel Corpo di Stato Maggiore Generale; in armi, aveva partecipato alla distruzione del Regno delle Due Sicilie e al massacro dei meridionali. Lo aveva fatto (scrisse in Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863), convinto di combattere contro «la povertà dei coloni agricoli, la rapacità e la protervia dei nobili, l’ignoranza turpe» e la superstizione, il fanatismo, l’idolatria, la sregolatezza dei costumi, l’immoralità, le corruttele di impiegati, magistrati e pubblici funzionari, la rapina, il malversare. Insomma: il male. Questo, gli avevano raccontato, era il Sud.
Capì tardi, ammise, che quel popolo era «nel 1859, vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta. Egli comprava e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto». Perché, con l’invasione piemontese, «in pochi anni le proprietà si concentrarono a pieno nelle mani dei ricchi, degli speculatori, degli usurai e dei manipolatori… Tu vedi uomini di merito languire. Spopolati gli studi di tanta gioventù». E i beni delle famiglie erano depredati con tasse di successione così abnormi «che con tre successioni nella famiglia stessa, che possono verificarsi anche in un anno, dalla agiatezza si balza nella mendicità qualunque famiglia».

(Tratto da Terroni, di Pino Aprile)



“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti.”

(Antonio Gramsci sul settimanale L’Ordine Nuovo, 1920)



[...] l’estensione delle basse tariffe doganali piemontesi a province economicamente arretrate [Nota: si parla della Calabria] ebbe spesso il risultato di soffocare o annientare le industrie locali.

(Denis Mack Smith, il grande storico)



“Oggidì è il primo arsenale del regno, e tale che fa invidia a quelli di parecchie regioni d’Europa. Sonovi in esso vari magazzini di deposito, e conserve d’acqua per mettere a mollo il legname, e sale per i lavori, e ferriere, e macchine ed argani, secondo che dagli ultimi progressi della scienza sono addimantati, e mercè dei quali abbiamo noialtri veduto con poco di forza e di gente tirare a secco un vascello nel più breve spazio di tempo.”

(Achille Gigante, Viaggi artistici per le Due Sicilie, 1845)



«Enrico Cialdini, plenipotenziario a Napoli, nel 1861, del re Vittorio. In quel suo rapporto ufficiale sulla cosiddetta “guerra al brigantaggio”, Cialdini dava queste cifre per i primi mesi e per il solo Napoletano: 8 968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10 604 feriti; 7 112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2 905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13 629 deportati; 1 428 comuni posti in stato d’assedio. E ne traevo una conclusione oggettiva: ben più sanguinosa che quella con gli stranieri, fu la guerra civile tra italiani»

(Vittorio Messori, Le cifre del generale Cialdini)



«Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi.»

(Il deputato Giuseppe Ferrari, 29 aprile 1862)



“L’unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico sano e profittevole. L’ unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che in quelle meridionali

(GIUSTINO FORTUNATO )



“Se dall’unità d’Italia, il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E’ caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone "

(GAETANO SALVEMINI )

“Era l’epoca buona, dell’abbondanza sotto il re Borbone. Come dite?… No?… E vi ingannate l’anima! Ogni pancia era senza il vuoto che c’è adesso! Il peso, corrispondeva al giusto, con la bilancia! Parola mia…credetemi signori, che se non fosse stato per il tradimento io non starei qui a fare il pezzente… "- (FERDINANDO RUSSO )

“Potete chiamarli briganti ma combattono sotto la loro bandiera nazionale. Potete chiamarli briganti ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli. E’ possibile, come il mal governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa ad un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente rasa al suolo e non dai briganti.

(Deputato GIUSEPPE FERRARI )

“Si è vero, noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale"

(LUIGI EINAUDI )

“Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso discutere su quelle del Meridione italiano. E’ vero che in un paese gli insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra differenza tra i due movimenti " (BENJAMIN DISRAELI )

“…Prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia

( ROCCO CHINNICI )



“Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per gli uffici e le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest’ uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose: burocrati del Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani. Anche a fabricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio dei napoletani. A facchin della dogana, a camerieri a birri, vengono uomini del Piemonte. Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuole trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala".

(FRANCESCO PROTO CARAFA, Duca di Maddaloni )

“Caro Presidente, ti salutano qui ottomila moliternesi: tremila sono emigrati in America; gli altri cinquemila si accingono a farlo

(Lettera del sindaco di Moliterno (PZ) al primo ministro Giuseppe Zanardelli 1901 )

“Nel secolo precedente, il Meridione d’Italia rappresentò un vero e proprio eden per tanti svizzeri, che vi emigrarono, spinti soprattutto da ragioni economiche, oltre che dalla bellezza dei luoghi e della qualità della vita. Luogo di principale attrazione Napoli, verso cui, ad ondate, tanti svizzeri, soprattutto svizzeri tedeschi di tutte le estrazioni sociali, emigrarono, con diversi obiettivi personali. Verso la metà dell’Ottocento, nella capitale del Regno delle Due Sicilie quella Svizzera era tra le più numerose comunità estere

( CLAUDE DUVOISIN, Console svizzero, 2006 )

“Il Regno delle Due Sicilie aveva due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme"

(FRANCESCO SAVERIO NITTI )

“La guerra contro il brigantaggio, insorto contro lo Stato unitario, costò più morti di tutti quelli del Risorgimento. Abbiamo sempre vissuto si dei falsi: il falso del Risorgimento che assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola"

(INDRO MONTANELLI )

“Sorsero bande armate, che fan la guerra per la causa della legittimità; guerra di buon diritto perché si fa contro un oppressore che viene gratuitamente a metterci una catena di servaggio. I piemontesi incendiarono non una, non cento case, ma interi paesi, lasciando migliaia di famiglie nell’orrore e nella desolazione; fucilarono impunemente chiunque venne nelle loro mani, non risparmiando vecchi e fanciulli"

(GIACINTO DE SIVO )

“Come ha potuto solo per un momento uno spirito fine come il tuo, credere che noi vogliamo che il Re di Napoli conceda la Costituzione. Quello che noi vogliamo e che faremo è impadronirsi dei suoi Stati "

CAVOUR (all’ambasciatore Ruggero Gabaleone) -

“I Borboni non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno"

NAPOLEONE III (lettera a Vottorio Emanuele II, 1861 )

“Non vi può essere storia più iniqua di quella dei piemontesi nell’occupazione dell’Italia Meridionale. In quel luogo di pace, di prosperità, di contento generale che si erano promessi e proclamati come conseguenza certa dell’unità d’Italia, non si ha altro di effettivo che la stampa imbavagliata, le prigioni ripiene, le nazionalità schiacciate ed una sognata unione che in realtà è uno scherno, una burla, un impostura" –

( MCGUIRE deputato scozzese, 1863 )

“Tra le osservazioni fatte sui disordini del Reame di Napoli, si accenna alla differenza che fanno oggi i rivoluzionari fra polacchi e napoletani, chiamando questi briganti, mentre sono vittime delle più feroci persecuzioni, e quelli insorti. Ma è pur vero che gli uni e gli altri difendono il loro paese, la loro nazionalità, la loro religione al prezzo dei più duri sacrifici"

( GEMEAU generale francese, paragona gli insorti polacchi con i briganti, 1863 )

“L’Italia, dove per sostenere quanto gli usurpatori hanno denominato ‘liberalismo’, si stanno barbicando dalla radice tutti i diritti, manomettendo quanto vi ha di più santo e sacro sulla terra. Italia, dove sono devastati i campi, incenerite le città, fucilati a centinaia i difensori della loro indipendenza"

( NOCEDAL deputato spagnolo, 1863 -)

“Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava ed infine abbiamo dato l’incendio al paese abitato da circa 4500 abitanti . quale desolazione, non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case"

(CARLO MARGOLFO, bersagliere entrato a Pontelandoflo, 1861 )

“Quelli che hanno chiamato i piemontesi e che hanno consegnato loro il Regno delle Due Sicilie sono un’impercettibile minoranza. I sintomi della reazione si vedono ovunque"

( JORNAL DE DEBATS, novembre 1860 )

“Gli scrittori italianissimi inventarono dunque i briganti, come avevano inventato i tiranni; ed oltraggiarono, con le loro menzogne, un popolo intero sollevato per la sua indipendenza, come avevano oltraggiato principi, re ed anche regine colle loro rozze e odiose calunnie. Inventarono la felicità di un popolo disceso all’ultimo gradino della miseria, come avevano inventato la sua servitù al tempo de’ sui legittimi sovrani."

(HERCULE DE SAUCLIERES, 1863 )

“Il governo piemontese che si vede presto costretto ad abbandonare il suolo napoletano, si vendica mettendo tutto a ferro e fuoco. Raccolti incendiati, provvigioni annientate, case demolite, mandrie sgozzate in massa. I piemontesi adoperano tutti i mezzi più orribili per togliere ogni risorsa al nemico, e finalmente arrivarono le fucilazioni! Si fucilarono senza distinzione i pacifici abitatori delle campagne, le donne e fino i fanciulli."

( L’ OSSERVATORE ROMANO, 1863 )

“Il progresso e la civiltà, nei tempi correnti, vengono interpretati diversamente da quello che si intendevano innanzi. Oggi, progresso e civiltà all’uso piemontese vuol dire: abbassamento della suprema autorità, della civiltà, della morale. Secondo la loro moda: la proprietà è furto; il diritto è tirannide; la religione è inceppamento; la pietà è delitto; il fucilare è bisogno; lo spoglio dei popoli è necessità. Chi è dunque cieco anche nella mente, da non vedere in questo civiltà ed in questo progresso l’abbruttimento della società?" (TEODORO SALZILLO, 1868 )

“Sento il debito di protestare contro questo sistema. Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esistenza alla protezione e all’aiuto morale dell’Inghilterra, deve più a questa che a Garibaldi, che non agli eserciti stessi vittoriosi della Francia, e però, in nome dell’Inghilterra, denuncio tali barbarie atrocità, e protesto contro l’egidia della libera Inghilterra così prostituita"

(LORD LENNOX, parlamentare inglese, 1863 )

“Pare non bastino sessanta battaglioni per tenere il Regno. Ma, si diranno, e il suffraggio universale? Io non so niente di suffraggio, so che al di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là si. Si deve dunque aver commesso qualche errore; si deve quindi o cambiar principi o cambiar atti e trovar modo di sapere dai napoletani, una buona volta, se ci vogliono si o no. Agli italiani che, rimanendo italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate"

(MASSIMO D’AZELIO )

“In un solo mese nella provincia di Girgenti, le presenze dei detenuti nelle prigioni furono 32000. Non si turbino! Ho qui il certificato, la nota è officialissima, 32.000 presenze in carcere, solo nei trenta giorni del mese. Ed ora, codeste essendo le cifre, io domando all’onorevole ministro dell’Interno: ne avete ancora da arrestare?"

(FRANCESCO CRISPI )

“Aborre invero e rifugge l’animo per dolore e trepida nel rammentare più paesi del regno napoletano incendiati e rasi al suolo, e quasi innumerevoli integerrimi sacerdoti e religiosi e cittadini di ogni età, sesso e condizione, e gli stessi malati indegnissimamente ingiuriati, e poi eziando senza processo, o gettati nelle carceri o crudelissimamente uccisi."

(PAPA PIO IX, 30 settembre 1861 )

“Napoli è da sette interi anni un paese invaso, i cui abitanti sono alla mercè dei loro padroni. L’immoralità dell’amministrazione ha distrutto tutto, la prosperità del passato, la ricchezza del presente e le risorse del futuro. Si è pagato la camorra come i plebisciti, le elezioni come i comitati e gli agenti rivoluzionari."

(PIETRO CALA ULLOA )

“Posso assicurare alla Camera che specialmente in alcune province, quasi non vi è famiglia, la quale non tremi dell’onnipotenza dell’autorità di polizia, dei suoi errori ed abusi. Sotto la fallace apparenza della persecuzione del brigantaggio si vuole avere in mano la facoltà di arrestare o mandare al domicilio coatto ogni specie di persone al Governo sospette."

( PASQUALE STANISLAO MANCINI, intervento alla Camera, 1864 )

“Non parliamo delle dimostrazioni brutali contro i giornali; non parliamo dell’esilio inflitto per via economica; non parliamo delle fucilazioni operate qua e là per isbaglio dalle autorità militari; ma degli arresti arbitrari di tanti miseri accatastati nelle prigioni senza essere mai interrogati."

(IL NOMADE, giornale liberale 12 settembre 1861)

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Pubblicato da NON MI ARRENDO a 9/05/2010 08:45:00 AM 0 commenti Link a questo post

giovedì 13 maggio 2010

L'UNESCO CI RICONOSCE LA LINGUA MA LO STATO CENTRALE NO

L'UNESCO CI RICONOSCE LA LINGUA MA LO STATO CENTRALE NO
Dal febbraio del 2000 ogni anno per promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo, viene celebrata La Giornata Internazionale della Lingua Madre, proclamata dalla Conferenza Generale dell’UNESCO. La Giornata Internazionale della Lingua Madre si celebra il 21 febbraio di ogni anno, ma dovunque viene preceduta da una settimana di iniziative, manifestazioni, scritti e letture, costituisce un’occasione per ricordare agli stati membri il fine di questa giornata: il riconoscimento della diversità linguistica e l’importanza dell’educazione al multilinguismo.
In un sistema che pone al proprio centro la persona umana riconoscendo come proprio fondamento i suoi diritti innati, un peso fondamentale ha la lingua madre. Potremmo definire la lingua madre come la lingua che la persona sceglie e predilige per esprimere se stesso e per esplicitare con se stesso le proprie emozioni, la lingua scelta per rapportarsi con coloro che appartengono al proprio gruppo culturale di origine. La lingua madre, dunque, ci porta al tema dell’identità culturale e, più precisamente, al diritto all’identità culturale.
Secondo l'Unesco, quindi le Nazioni Unite, le lingue in pericolo parlate nello Stato italiano sono 31. Secondo lo Stato italiano (Legge 482/99), le lingue in pericolo parlate nel suo territorio sono 12.
In particolare l’Unesco riconosce al Napoletano ed al Siciliano lo stato di lingua madre, ciò vuol dire che tra le lingue italo-meridionali sono da considerarsi lingue separate dall'italiano standard (Toscano) e non dialetti di questo. Addirittura la Sicilia è l'unica Regione a Statuto Speciale che non si vede riconosciuta la propria lingua.
Per fare meglio chiarezza, va sottolineata la differenza tra Lingue e dialetto. Un dialetto (dal greco διάλεκτος, dialektos, letteralmente "lingua parlata") è una varietà linguistica (o idioma) usata da abitanti originari di una particolare area geografica. Il numero di locutori, e l'area stessa, possono essere di dimensione arbitraria. Ne consegue che un dialetto per un'area più ampia può contenere molte varianti, che a loro volta possono contenere sottovarianti di aree ancora minori, e così via. La lingua è il modo concreto e determinato storicamente con cui si manifesta la capacità comunicativa verbale del linguaggio, dal quale si distingue in senso proprio. I tratti comuni che individuano una lingua sono il vocabolario, il sistema fonematico comune, la grammatica e la sintassi, lo stile e la pragmatica.


area di influenza Lingua Napoletana







area di influenza Lingua Siciliana



Ottenere uno status legale del Napoletano e del Siciliano come Lingue Proprie dell’Italia meridionale ne permetterebbe l’utilizzo nelle scuole, negli uffici pubblici e nei mezzi di informazione.
L' attività di valorizzazione è portata avanti principalmente da associazioni culturali e gruppi musicali e teatrali. Sono presenti anche siti Internet in lingua napoletana e siciliana. La lingua napoletana, come quella siciliana e le altre parlate meridionali, soffrono il fatto di essere state confinate dalla cultura ufficiale italiana nel "ghetto" dei dialetti. A Napoli, come a Palermo c'è una spinta a vergognarci di una cosa che è parte della nostra identità. La poesia, il teatro, la musica e in generale la cultura e l’identità di un popolo si stanno estinguendo inesorabilmente e se non si interviene immediatamente tale patrimonio sarà perso per sempre. In Spagna, per esempio, il popolo catalano ha riposto molti sforzi nella conservazione della sua lingua e molto orgoglio nel ritrovarla, da noi, il sistema unitario ci spinge a vergognarci del suo utilizzo.
"Il napoletano è una lingua - ha affermato Giovanni Cervero, presidente del Forum delle associazioni di Positano (dove si celebra ogni anno la Giornata Internazionale della Lingua Madre promossa dall’UNESCO), perchè è stato l'idioma ufficiale del Regno di Napoli, è esistita per ottocento anni, nata prima dell'italiano ed esiste ancora".
Tra i poeti contemporanei che hanno scelto di esprimersi in siciliano Ignazio Buttitta è il più noto e il più conosciuto, sia in Sicilia che nel resto dell'Italia. Scomparso del 1997, la sua lirica più famosa è Lingua e dialettu, dove implora i siciliani affinché conservino la propria lingua:


Un populu mittitilu a catina spughiatilu

attuppatici a vucca è ancora libiru.

Livatici u travagghiu u passaportu

a tavula unnu mancia u lettu unnu dormi,

è ancora riccu.

Un populu diventa poviru e servu

quannu ci arrubbanu a lingua

addutata di patri:è persu pi sempri.


E a tal proposito va ricordato Rémy de Gourmont, poeta, scrittore e critico letterario francese il quale scrisse: “Quando un popolo non osa più difendere la propria lingua, è pronto per la schiavitù”

giovedì 24 dicembre 2009

LA COLONIZZAZIONE PIEMONTESE ED IL TRACOLLO DEL SUD

La storia andrebbe scritta basandosi sui documenti, ma i nostri libri di scuola e la tanta letteratura risorgimentalista, questo non l’hanno fatto e non lo fanno ancora: Raccontano tante balle. Le balle utili a chi invase un pacifico, tranquillo Regno, affacciato sul mare, conquistò, massacrò ed aveva poi bisogno di costruirsi una verginità di fronte alle future generazioni.

Noi tutti ci siamo formati su questi testi. E’ una tecnica antica: ripeti mille volte una bugia e questa diventerà verità: Il Sud è arretrato? Colpa dei Borbone, come se gli ultimi 150 anni non avessero per nulla inciso sulla nostra vita. A Firenze, se qualcosa non va bene, non mi pare se la prendano con il Granduca…
La Reggia di Caserta? Una cattedrale nel deserto. I primati tecnologici del Regno: il telegrafo, i ponti in ferro, le ferrovie? Fandonie raccontate dai nostalgici. Si nostalgici, così vengono definite migliaia di persone che, amando la propria terra, cercano di recuperare l’orgoglio meridionale perduto, raccontando ogni giorno la verità storica, negata, di queste lande bruciate, più che dal sole:dalle camorre, dalle mafie, dalle ‘ndranghete che ci avvelenano, ogni giorno di più l’esistenza.

Povera Patria, canta del suo Sud il grande Battiato ed in un cupo pessimismo recita: “Non cambierà”. Poi però, si rivede la luce, rinasce la speranza:”Si. Cambierà! Vedrai che cambierà!”

Ed il vento sta già cambiando. Non passa giorno che sulla stampa nazionale a Nord come a Sud, si pubblichino sconcertanti e ben documentati articoli che descrivono un Sud molto migliore di quello raccontatoci e di quali atrocità furono commesse dai Piemontesi conquistatori.
Lo stemma Borbonico è un simbolo di “identità storica” della Nazione Meridionale. Qualcuno si è mai scandalizzato per la presenza della bandiera con il leone di S. Marco nell’omonima piazza a Venezia? Eppure è il simbolo dell’antica Repubblica! Se va bene quella…

La verità storica del Sud sta finalmente emergendo, in tutta la sua crudezza.
Nessuno la potrà fermare. Per uno, che ancora si riempie la bocca con “l’eroica impresa dei 1000”, ne spuntano cento che vogliono sapere cosa avvenne. Cosa accadde davvero ai nostri bisnonni.
Il divario Nord-Sud inizia con l’unità d’Italia ed aumenta anno dopo anno fino al dramma attuale. Prima non vi erano grandi differenze nel reddito pro-capite e nel PIL, anzi, la situazione economica del Regno meridionale, nel 1861 anno dell’invasione, era assolutamente favorevole al decollo verso grandi prospettive.

PRIMO CENSIMENTO GENERALE del neonato Regno d’Italia nel 1861 dal testo: “Scienza delle Finanze” di Francesco Saverio Nitti, grande economista e statista, Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d'Italia, dal 23 giugno 1919 al 15 giugno 1920.
edito da PIERRO nel 1903, pag. 292.

MONETE DEGLI ANTICHI STATI ITALIANI AL MOMENTO DELL’ANNESSIONE
(in Lire Italiane del 1861)

Lombardia milioni 8,1

Ducato di Modena milioni 0,4

Parma e Piacenza milioni 1,2

Roma milioni 35,3

Romagna,Marche,Umbria milioni 55,3

Piemonte e Sardegna milioni 27,0

Toscana milioni 85,2

Venezia milioni 12,7

Regno delle Due Sicilie milioni 443,2


Totale milioni 668,4

Da questa tabella si può facilmente evincere come Il Regno Delle Due Sicilie avesse nel 1861, momento dell’annessione, Il 66.3% della ricchezza contro il 33.7% di tutti gli altri stati della penisola messi insieme.
Questo risultato fu raggiunto con la grande politica di investimenti e risanamento voluta da
Ferdinando II.
Il Regno, al momento dell’annessione, era nelle migliori condizioni per decollare. Già era in atto un graduale passaggio dall’ economia rurale a quella industriale. Il paese, primo in Italia, si stava dotando di moderne infrastrutture quali il telegrafo elettrico, le navi a vapore o le ferrovie che, dopo l’inaugurazione del primo tratto Napoli-Portici nel 1839, raggiunsero: nel 1840 Torre del Greco, nel 1842 Castellammare, nel 1844 Nocera, nel 1843 Caserta. Furono previsti biglietti ridotti per i cittadini meno abbienti, vale a dire «alle persone di giacca e coppola, alle donne senza cappello, ai domestici in livrea ed ai soldati e bassi ufficiali del real esercito».

E’ vero che i tempi di realizzazione del programma ferroviario risultarono lunghi ( al 1860 il Piemonte, aveva molti più chilometri di ferrovia realizzata) ma è anche vero che la conformazione geografica del Sud era molto più “complicata” rispetto alle pianure padane (specie per i mezzi dell’epoca). E comunque il Regno era all’avanguardia nella tecnologia ferroviaria, basti pensare che a partire dal 1847 lo stabilimento di Pietrarsa (Na) –la più grande industria metal-meccanica della penisola- fornì al Piemonte 7 locomotive. I nomi erano: Pietrarsa, Corsi, Robertson, Vesuvio, Maria Teresa, Etna e Partenope. [Cfr. Il centenario delle ferrovie italiane 1839-1939 (Pubblicazione celebrativa delle FF.SS), Roma 1940, pp. 106, 137 e 139].
Con l’unità d’Italia, il progetto di re Ferdinando II di realizzare una rete ferroviaria dal Tirreno all’Adriatico fu abbandonato e non venne più realizzato. I governi unitari dei re sabaudi, salutati come “Portatori del modernismo al Sud”, ma anche quelli: Fascisti e Democristiani, mai si interessarono a sviluppare agevoli collegamenti all’interno del Sud, anzi si concentrarono sullo sviluppo delle linee Sud-Nord per agevolare il trasferimento della mano d’opera meridionale al Nord. Ne tuttora se ne interessano Post-comunisti e Berlusconiani se è vero, come è vero, che tali collegamenti non esistono o, dove esistono, sono a dir poco “allucinanti”.

POPOLAZIONE OCCUPATA

Piemonte e Liguria 1.687.430

Lombardia 1.654.574

Parma e Piacenza 263.917

Modena, Reggio e Massa 329.537

Romagna 516.289

Marche 402.057

Umbria 297.464

Toscana 897.164

Sardegna 199.276

Regno delle Due Sicilie 5.000.689


Regno delle Due Sicilie abitanti al 1861 8.000.000
Resto d’Italia abitanti al 1861 17.000.000


Totale occupati Regno Due Sicilie 5.000.689 62.5% della popolazione
Totale occupati resto d’Italia 6.022.536 35.4% della popolazione


NUMERO DEI POVERI (in percentuale alla popolazione)


Piemonte e Liguria, Lombardia, Parma e Piacenza,
Modena, Reggio e Massa, Romagna,Marche,
Umbria, Toscana, Sardegna 1.41%

Regno delle Due Sicilie 1.38%



Benché decisamente sfavorevole alle regioni settentrionali, il numero relativo ai poveri è abbastanza similare tra i due blocchi; tuttavia bisogna considerare che, mentre il dato percentuale per le Due Sicilie è definitivo, al resto d’Italia mancano, rispetto ad oggi, varie regioni (non ancora annesse nel 1861) come il Lazio o il poverissimo triveneto (almeno in quell’epoca) dal quale, causa l’enorme miseria, era già in atto da molti anni una massiccia emigrazione. L’aggiunta di questi ulteriori dati, certamente ritoccherebbe ancora in peggio la percentuale dei poveri relativa al resto d’Italia.


Nel 2007 gli illustri economisti:

Paolo Malanima ( ISSM-CNR ) e Vittorio Daniele (Università “Magna Græcia” )

a conclusione di uno studio approfondito, hanno pubblicato nella
RIVISTA DI POLITICA ECONOMICA MARZO-APRILE 2007:

“Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004)”


Vediamone le tabelle alle pagg. 5 – 6 – 9 – 21 di cui al link:


http://www.rivistapoliticaeconomica.it/2007/mar-apr/Daniele_melanima.pdf



Si potrà notare un sostanziale equilibrio nei salari tra le due aree geografiche. Non certamente lo squilibrio tutto a favore del Nord di cui la storiografia di regime ci ha parlato negli ultimi 150 anni. Gli studiosi al paragrafo 4 - pag. 285 così recitano:

“La nostra ricostruzione induce, dunque, a ritenere che, alla data dell’Unità, non vi fossero differenze tra le due aree del paese. Nell’Italia di allora — un Paese complessivamente arretrato rispetto alle grandi nazioni europee — le differenze locali, dipendenti dalla disponibilità o carenza di risorse immobili, e segnalate dalla relativa concentrazione spaziale di popolazione e attività produttive, appaiono assai più rilevanti di quelle regionali nella geografia nazionale della ricchezza e della povertà.”

Guardiamo ora il PIL pro-capite. E’ qui che si nota come, con l’arrivo dell’Unità d’Italia, le cose cambiano. L’abbattimento delle dogane tra i vari stati della penisola e le promesse Piemontesi a Francia ed Inghilterra, di favorirne le esportazioni, portò ad una forte concorrenza che si rivelò distruttiva per le produzioni meridionali.
Dal 1861 al 1900, il Sud ancora resiste e le due aree sono sostanzialmente alla pari, ma l’abolizione degli “Usi civici” (provvedimento Borbonico grazie al quale i contadini detenevano terreni demaniali) e le leggi sulla requisizione dei beni ecclesiastici (legge 7 luglio 1866 di soppressione degli Ordini e delle Corporazioni religiose e legge 15 agosto 1867 per la liquidazione dell’Asse ecclesiastico) avevano provocato un disastro.
La vendita al miglior offerente di quei terreni, procurò molti quattrini ad un Piemonte fortemente indebitato, ma gettò sul lastrico migliaia e migliaia di famiglie, che da essi traevano sostentamento. Non restò che la via per le Americhe. I “Galantuomini” liberali, che avevano spianato la strada ai nuovi conquistatori, detenendo il potere nei municipi, di quella “Bella Torta”:fecero ingordo banchetto.
Nasce qui il grande latifondo e la “Questione Meridionale”. Prima non ve n’era traccia alcuna.


Andiamo ora a leggere le conclusioni dei due studiosi a pag. 293 al link:


http://www.rivistapoliticaeconomica.it/2007/mar-apr/Daniele_melanima.pdf



…..Il caso dell’Italia è particolarmente interessante sotto questo profilo, dato il rilievo con cui la crescita ineguale si è presentata dall’epoca dell’unità politica del paese. Le presente ricerca e quelle recenti sulla crescita ineguale dell’Italia inducono a ritenere:

— che divari rilevanti fra regioni, in termini di prodotto pro
capite, non esistessero prima dell’Unità;

— che essi si siano manifestati sin dall’avvio della modernizzazione
economica (più o meno fra il 1880 e la Grande Guerra);

— che si siano approfonditi nel ventennio fascista;

— che si siano poi ridotti considerevolmente nei due decenni
fra il 1953 e il 1973; (grazie alla cassa per il mezzogiorno n.d.r.)

— che si siano aggravati di nuovo in seguito alla riduzione
dei tassi di sviluppo dell’economia dai primi anni ’70 in poi.

I dati sono questi: Il tracollo del Sud nasce dopo l’unità d’Italia ed aumenta in maniera esponenziale fino ai giorni nostri, facendo fuggire i ragazzi da questa loro terra. Prendiamone atto una volta per tutte e cominciamo a raccontare ai nostri figli la verità. Dopo avergli fatto studiare tante sciocchezze, gli è proprio dovuta. Ah, a proposito, Francesco II, salutando Napoli, lasciò intatte le casse dello stato. Non portò via neanche un centesimo. Terminò la sua vita ad Arco di Trento, vivendo modestamente…Hanno fatto proprio lo stesso quanti, tra ministri e deputati, si sono succeduti in 150 anni di Italia unita fino ai giorni nostri?

mercoledì 28 gennaio 2009


Dalla ‘Prefazione’ alla ‘Philosophia sensibus demonstrata’ (1591), di Tommaso Campanella,filosofo calabrese,contro il filosofo Marra:”… e sappia questo saccente che chiama con disprezzo Telesio ora Bruzio ed ora Calabrese, sappia che la Calabria è la migliore e la più antica di quasi tutte le regioni. Questa regione incominciò ad essere abitata dopo il Diluvio per la fertilità del sito da Aschenaz, nipote di Noé, nei pressi di Reggio. Fu chiamata Ausonia per essere fertile di ogni bene, come ora è detta Calabria, il cui nome significa quasi ‘regione abbondante’; fu anche detta Enotria, Morgezia, Sicilia, Magna Grecia, per distinguerla dall’altra Grecia, la quale veniva superata da essa in tutte le cose. E fu detta anche Italia, da cui ora è derivato il nome a tutta l’Italia, che è una parte dell’Europa (...). Fu anche detta Brettia da Brento, figlio di Ercole, che una volta fu re di questa regione, come narrano nelle loro storie gli antichissimi scrittori, Stefano, Eustazio ed Antioco (...). Presso i Calabresi vigoreggiano anche tutte le discipline e l’intera scienza umana, e quella che ora s’insegna nelle scuole trae origine dalla Calabria. Platone infatti e il suo discepolo Aristotele furono allievi di Calabresi (...). Platone infatti si portò da Atene in Calabria, e qui apprese tutto da Timeo, Euticrate ed Arione, tutti di Locri. (...).La scuola di Pitagora fiorì presso Crotone, e da tutto il mondo venivano a lui filosofi e re, come narrano svariati scrittori; e dopo la sua morte la sua scuola fiorì a Locri e a Reggio sotto diversi maestri; e a quel tempo in tutta la regione non si contavano i filosofi e le donne sapienti che scrissero molte opere”.