venerdì 27 agosto 2010

La Mafia che al nord "NON" esiste


La mafia che al nord (non) esiste
Alcune precisazioni storiche su storiche menzogne

di: Germano Milite

"Qui a Milano la mafia non esiste". A dirlo non è stato un ottuagenario un po' brillo appena uscito dal bar dello sport ma il sindaco del capoluogo lombardo Letizia Moratti. Sulla stessa linea di pensiero, come stranoto, si trovano a viaggiare a metà tra reale ignoranza ed imperdonabile ipocrisia mistificatrice centinaia di autoerevoli esponenti del Pdl ed in particolare della Lega Nord.
Nella nostra penisola, per ragioni fin troppo facili da intuire, si continua anche nel 2010 a ripetere questa sciagurata, odiosa e negazionista litania che recita, in un disperato quanto grottesco e patetico tentantivo di mantrico autoconvincimento, che la malavita organizzata è un problema ed un "vizio" esclusivamente meridionale; nato, cresciuto e confinato all'interno di quei territori ingrati, lontani e oziosi che si stravaccano, pigri ed accaldati, a sud di Roma.
Per carità, che un lavorantore brianzolo che tira picconate o monta motori per 13 ore al giorno da quando aveva 12 anni creda ancora in questa favola della mafia terrona ci può anche stare ma, che il sindaco di Milano e tanti altri esponenti di spicco dell'esecutivo si ostinino a non voler vedere un legame indissolubile che esiste, in maniera sul serio radicata ed inconfutabile fin dagli anni 80, rappresenta motivo di vergogna e delegittimazione per l'intera classe dirigente.
Senza voler scomodare Michele Sindona e Roberto Calvi (le cui biografie invitiamo comunque a leggere con attenzione e curiositò) e la tristemente nota Banca Rasini situata nel pieno centro di Milano (via dei Mercanti), ci basta difatti citare un esempio particolarmente significativo per comprendere quanto, parlare oggi di Nord e Sud del paese dividendo la mala geograficamente, sia incredibilmente fuorviante e sinonimo di cialtroneria imbarazzante o di imperdonabile mala fede.
E' la fine del non troppo lontano 1986 quando, i picciotti siciliani, decidono che è arrivato il momento di stringere un altro patto di sangue (in tutti i sensi) con gli imprenditori del centro- nord. In particolare, con il beneplacito di Salvatore Riina, la famiglia Buscemi di Palermo (composta da membri di Cosa Nostra) entra in società con il gruppo ravennate Ferruzzi-Gardini della Calcestruzzi. La potente famiglia di Ravenna, che conSerafino Ferruzzi ha messo in piedi un impero da multinazionale negli anni precedenti, sfidando con la distrubuzione e la produzione di grano anche gli americani, è la numero uno in Italia proprio per il tanto agognato calcestruzzo.
E' un'azienda solida ed in crescita che sembrava aver trovato in Raul Gardini (succeduto al defunto Ferruzzi) un dirigente giovane, dinamico e lungimirante.
E così, la Calcestruzzi, ha modo di aggiudicarsi il monopolio del fiorente mercato edilizio (per lo più abusivo) di Sicilia, Campania e Calabria. Un mercato finanziato con diluvi incessanti di fondi pubblici che concede a Gardini, tra le varie zone calde, la collina abusiva di Palermo della famiglia di Michele Greco.
Un giro d'affari enorme che fonde in un unico impasto marcio la migliore imprenditoria nordica con la più feroce e spregiudicata malavita meridionale. Un connubio da 26 miliardi di lire (dell'epoca) di capitale capace di aumentare del 20% il valore iniziale in un solo anno di attività. In altre parole, un'azienda del Nord, riceve appalti e finanziamenti pubblici (pagati dai contribuenti di tutto il paese) per costruire case al Sud e piazza, ai vertici dei diversi consigli d'amministrazione delle cave e delle filiali sparse per la Sicilia, membri di Cosa Nostra.
Ma il patto scellerato e miliardario con la mala si rivela ben presto disastroso per Gardini che, qualche anno dopo, si toglierà la vita; forse (non lo sapremo mai con certezza) proprio a causa del patto con la mala.
Ricatti alla famiglia Ferruzzi-Gardini, lavori malfatti e leggi anti-aziendali imposte nei territori del sud sfalderano in breve tempo il gruppo; erodendo risorse economiche e dando una lezione importante anche ai grandi manager del settentrione: la mafia non concede a nessuno la possibilità di salvarsi. Chi stringe un patto con i suoi membri, rischia la vita fin dalla prima firma e deve sottostare ad ogni capriccio, ad ogni carognata, ad ogni minaccia e ad ogni scelta imposta dagli uomini d'onore.
Quello della Calcestruzzi è un esempio tra i tantissimi che, in maniera lampante, palesa il non senso e la miopia dei discorsi a metà tra il demagogico ed il populista di chi aizza le folle ignoranti del nord contro quelle povere (ed altrettanto poco erudite) del sud in una lotta tra straccioni al termine della quale trionfano solo ricconi e mafiosi. Che motivo c'è, quindi, di fare ancora una differenziazione nord virtuoso e trainante e sud arretrato, arraffone, malavitoso ed inefficiente. I fondi pubblici tanto contestati dalla Lega nord hanno e continuano a finanziare anche i gruppi industriali del settentrione; creando mostri bifronte che investono da Roma in su e deturpano, uccidono e distruggono nel meridione.
Eppure, per scoprire l'intollerabile superficialità di certi discorsi para-politici, basterebbe sforzarsi di leggere qualche libro di storia ben scritto.
La cultura è l'unica arma di salvezza e, per potenti e malavitosi, è molto più pericolosa di una pistola puntata alla tempia.

Fonte:Julianews

lunedì 2 agosto 2010

Ma così si uccide la pecora del Sud !!


di Lino Patruno

Per il ministro Tremonti è molto semplice. Se i Comuni del Sud non ce la fanno, aumentino le tasse. Ma a furia di tosarla, la pecora muore. Già oggi che non c’è ancora il federalismo fiscale del «ciascuno si tiene i suoi soldi e fa da sé», le tasse locali al Sud sono aumentate più che al Nord. Venti per cento. Complice soprattutto l’Ici, la tassa sulla casa, la cui abolizione ha inguaiato i sindaci sudisti. Come pure il «patto di stabilità», spese proibite anche se la cassa te lo consente.
Il Nord l’ha risolta spendendo meno per gli investimenti, cioè le spese eccezionali, non quelle per far andare avanti la baracca, a cominciare dalla spesa sociale per chi ha più bisogno. Il Sud, per non lasciare in mezzo a una strada chi non arriva alla fine del mese, ha invece dovuto alzare le tasse e le tariffe. E partendo da redditi meno sostanziosi di quelli del Nord, quindi danno maggiore ed entrate minori.
Figuriamoci col federalismo. Quando cioè, ammettono anche i meno teneri verso il Sud, arrivando meno soldi dallo Stato il rischio di un’esplosione delle tasse locali non sarà solo un rischio. Dice: allora il Sud dovrà imparare a spendere meno, ad avere più responsabilità perché la pacchia è finita. E se gli amministratori non l’avranno, gli elettori li manderanno a casa. Tutto perfetto. Come dire a un padre di famiglia con due figli a carico e mille euro al mese, se spendi bene ti vai a fare pure le vacanze ai Caraibi. Quello magari esce di testa e fa un casino, eppure sembrava una persona per bene.
E poi, è vero, di sindaci e presidenti sciagurati al Sud ne abbiamo avuti e ne abbiamo, basta andare a vedere consulenze, feste e gemellaggi vari. Per non parlare dei banditi della sanità. I critici, anche meridionali, hanno ragione. Ma al Sud c’è meno lavoro, più gente che non riesce a pagarsi il medico, una famiglia su tre è povera, in vent’anni ne sono emigrati due milioni e mezzo, soprattutto giovani. Ed è un po’ più complicato ogni giorno dover mettere pezze di qua e di là, sentire gridare sotto il Comune «come dobbiamo fare». Fino al punto che rischiano di essere eroi, non cacciati ma rieletti, proprio i sindaci e i presidenti più sciagurati, quelli che più spendono e più tassano. E poi si vede.
Ma la smettano i professorini della Lega Nord di pontificare che quando ogni Regione sarà responsabile a casa propria, anche il Sud andrà meglio. Biascicato dall’alto di un reddito di circa il 40 per cento in più: i contadini dicevano che il ricco non capirà mai il povero. E la smetta il presidente Formigoni di ripetere una cosa vera, che oggi ogni lombardo passa alle altre Regioni 368 euro all’anno e si è stancato, specie se poi si sprecano e il Sud resta sempre Sud. Perché Formigoni, cui non dovrebbero mancare carità cristiana e correttezza, dovrebbe aggiungere che quei 368 euro gli ritornano, e con gli interessi, come spesa dello Stato, cioè con soldi anche meridionali.
È stato il recente rapporto Svimez (Associazione sviluppo Mezzogiorno) a far sapere che, dal 2001 al 2009, la spesa dello Stato al Sud è scesa dal 41 al 34 per cento. E tutti sanno che non ha mai raggiunto quel 45 per cento fissato da vari governi, e non per fare rivoluzioni ma per fare giustizia al Sud. E tutti sanno, fingendo di non saperlo, quanto il Nord ricava dal Sud come mercato dei suoi prodotti, come incentivi per le sue imprese, come commesse di lavori pubblici. Incassando al Nord le tasse anche per le attività svolte al Sud.
Tutti sanno quanto il Nord incassa come valore dei laureati meridionali che vi salgono: 18 mila nel 2009. Non solo classe dirigente (rieccola) che il Sud perde, ma anche danno economico colossale: se ogni laureato costa 100 mila euro (dati Ocse), ogni anno il Sud regala al Nord un investimento di due miliardi di euro.
Anzi, a volersi amaramente divertire, calcolando che il 17 per cento almeno della popolazione del Nord è meridionale, e valutando gli uomini come si fa con gli animali da lavoro, il meridionalista Manlio Rossi-Doria stabilì che ogni emigrato sia costato a chi lo ha «allevato» da 5 a 8 milioni di vecchie lire. La moltiplicazione arriva a 20-30 mila miliardi di lire ceduti al Nord, il doppio di quanto lo Stato ha speso nel Mezzogiorno dal 1950 in poi. Per non calcolare quanto quegli emigrati siano stati la fortuna del Nord. Il «miracolo economico».
Siccome Tremonti ha anche i giorni buoni, ha poi detto che col federalismo fiscale «saremo prudenti, non abbiamo la minima intenzione di rischiare». Figuriamoci il Sud. E il presidente Napolitano ha aggiunto che ci vuole un «cambio di strategia» per lo sviluppo del Sud. Non politiche speciali quando la piazza ribolle, ma governi che vedano con onestà le cifre del Sud e dicano: le abbiamo anche volute noi, non è giusto lasciarle così, altro che ciascuno si tenga il suo. Se questo è meridionalismo piagnone, Bossi è un lord inglese. Improbabile.

Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno del 30/07/2010

mercoledì 16 giugno 2010

Per il Sud un solo articolo !!


di Lino Patruno

Il Sud ci sta facendo diventare tutti come la Grecia. C’è sempre qualche scemino che fra le lacrime e sangue di questi giorni ritira fuori inviperito il motivetto. È come un caffè durante la giornata: va sempre bene. Si trova un colpevole di tutto, si fa una sparata e ci si ricompone rassicurati sulla propria virtù. Il Sud che spreca. Il Sud che evade le tasse. Il Sud della criminalità. Il Sud della Salerno-Reggio Calabria, un’altra estate d’inferno: ignorando che le imprese che vi lavorano sono tutte settentrionali, con briciole di subappalti ai meridionali. E che più ci stanno, più ci guadagnano. I furbetti dell’autostrada.
Ma di questo Sud non se ne può più. I dipendenti pubblici, per esempio. Perché in una Asl lombarda ce ne sono tot e in Calabria il triplo? Perché così si supplisce all’altro lavoro che non c’è. Diciamo un ammortizzatore sociale.E come, a spese dello Stato? Certo, se lo Stato non preferisce la rivolta di piazza. E visto che non ha mai fatto granché perché il lavoro ci fosse. Ma come, con tutti i soldi che ha speso? Sì, ma non per creare lavoro, ma per creare consumatori. Indovinate di cosa? Dei prodotti del Nord. Soldi che hanno preso la solita via del ritorno verso chi ora fa la morale. Anzi a chi ora dice che c’è un «sacco del Nord», 50 miliardi che ogni anno passano dal Nord nella voragine del Sud. E certo, è il Sud che deve lamentarsene, se ancora oggi è lasciato in questa condizione. Tanto poi, tra soliti prodotti venduti al Sud, appalti, grandi lavori, tasse pagate al Nord pur lavorando al Sud, se li riprendono con gli interessi, quindi gli conviene. Altro che sacco.
Sì, ma non si capisce perché una garza debba costare 5 al Nord e 10 al Sud. Bah, se è una truffa, c’è la legge, se non ti salva sempre un indulto o una prescrizione e non ti fai dieci anni neanche se hai strozzato la nonna. Ma se non è una truffa, se c’è minore efficienza in tutto al Sud può capitare che ci siano costi maggiori, altrimenti che inefficienza sarebbe. E se c’è minore efficienza, non dipende dai meridionali che hanno un cranio da briganti e sono più tufagni a furia di farsela con i loro vicini africani, come Lombroso e compagni pontificano. Dipende dal fatto che l’efficienza è figlia dell’organizzazione. E che l’organizzazione è figlia dei servizi pubblici a disposizione. E che se questi servizi pubblici (mettiamo trasporti, comunicazioni, banche, pubblica amministrazione) fossero al Sud dello stesso livello del Nord, anche la garza non costerebbe di più. Perché la garza è il risultato di un percorso che non parte dalla garza.
Va bene, ma allora la scuola, incalza lo scemino. I ragazzi meridionali sono un anno e mezzo indietro rispetto a quelli del Nord. E gli ultimi posti nelle classifiche di profitto: non è una questione di cranio? No, carino, perché anche la scuola è figlia di tante mamme. Se il reddito del Sud è del 30 per cento meno di quello del Nord, è possibile che i ragazzi del Sud non abbiano famiglie in grado di aiutarli a fare i compiti, né libri in casa, né biblioteche, né laboratori, non possano consentirsi ripetizioni, non abbiano scuole confortevoli.
E anche se volessimo prendercela con i benedetti professori, sono gli stessi che quando vanno al Nord, che ne è pieno, fanno faville formando quei ragazzi del Nord che sembrano fenomeni ma sono soltanto più attrezzati e fortunati. Fino al punto, come nel Nordest, di fregarsene della scuola, meglio andare subito a fare soldi mentre da noi devono fare i ragazzi del bar e studiare pure morti di sonno.
Per tutti gli scemini che parlano di Sud parassita alle spalle del Nord, ci vorrebbe una volta per tutta un’indagine che non c’è: quanti denari nei 150 anni di unità d’Italia sono saliti (o risaliti) dal Sud al Nord. Per capire che un Sud così farebbe comodo a chiunque non fosse interessato a una giustizia sociale ma a un utile squilibrio. E che ha fatto comodo a chi ha sempre scelto (purtroppo con la complicità dei politici, e non solo, del Sud) che crescesse il Nord portandosi dietro il Sud, da bacchettare però caso mai venisse fuori la verità.
Insomma un Sud così conviene. Anche, occorre dirlo, a troppo Sud. Fino all’improntitudine di una Lega Nord che, pur sapendo tutto ciò, dice di volersi tenere i suoi soldi, ma non fino al punto di perdere il Sud come consumatore e riserva di caccia per le sue imprese. Un perfezionamento del sistema di sfruttamento.
Il Sud è ovviamente rovinato anche dai suoi collaborazionisti, dalla politica più interessata a gestire soldi in arrivo che al futuro dei suoi ragazzi. Così è andata avanti finora. Perché se si volesse cambiare basterebbe una sola legge con un solo articolo: «Da oggi il governo si occupa del problema del Sud come unico sistema per far crescere tutto il Paese». Siccome non si fa, crescono collaborazionisti e scemini. Accusando addirittura il Sud di far diventare tutti Grecia. Facce di bronzo.


Fonte:Gazzetta del Mezzogiorno

lunedì 7 giugno 2010

Le Province restano ? Paghi la Lega !!


di Eugenio Mazzarella da il Corriere del Mezzogiorno -



Caro direttore, nell’editoriale di sabato scorso sul Corriere della Sera Angelo Panebianco ha sviluppato considerazioni importanti sull’attuazione del federalismo fiscale, partendo dall’assunto che la sua finalità dichiarata — contenere e razionalizzare la spesa pubblica, ridurre il ruolo dell’intermediazione statale, eliminare gli sprechi — è cosa necessaria, ma che rischia di restare scritta nel libro dei sogni, se anche la Lega, non ha intenzione di rinunciare a nessuno degli strumenti locali di intermediazione politica, leggi le Province.
La reboante minaccia di guerra civile di Bossi se gli toccano la Provincia di Bergamo è sintomatica, e racconta di una pericolosa simmetria, nell’attaccamento alle ragioni dell’intermediazione politica in eccesso sul territorio, con il notabilato politico meridionale, certo ben più scadente nelle performance amministrative. La spesa di questa intermediazione politica territoriale è evidentemente superflua dappertutto, e serve sostanzialmente per il sostentamento del «clero» politico al Nord come al Sud, portando al doppio i costi della politica in Italia rispetto alle medie europee. Certo, la maggiore efficienza dell’eccesso di intermediazione politica territoriale al Nord rende meno inviso sui territori il sovracosto politico che comunque rappresenta, soprattutto se comparato all’inefficienza amministrativa media meridionale. Ma in punta di diritto, di etica dell’amministrazione e di buona politica, in una fase economica così difficile i costi politici inutili andrebbero tagliati dappertutto. Le cose nell’analisi di Panebianco sono aggravate dal fatto che l’intermediazione politica al Sud è un importante bacino elettorale del centrodestra, cioè della maggioranza di governo che tiene la Lega al centro della politica italiana.

Morale della favola: l’abbattimento strutturale dei costi della politica, che solo renderebbe sostenibile ed efficiente il federalismo fiscale, non si può fare perché i «virtuosi» leghisti non lo vogliono al Nord e al Sud si rischia di far venire meno il network di maggioranza che pone la Lega al centro degli equilibri di governo. Un bel busillis, che ha davanti a sé tre possibilità, che Panebianco elenca. O il federalismo non si fa perché a causa della crisi non ne sono sopportabili i costi di avvio, in assenza di tagli sostanziali alla politica che nessuno vuole. Oppure si fa un falso federalismo, della serie tutto cambi perché niente cambi, e dove nessuno perde niente per adesso, ma che in realtà continua a scaricare la bolletta dei costi sulle generazioni future (la soluzione peggiore), o peggio ancora — aggiungiamo noi — un federalismo da abbandono, in sostanza lasciar marcire ed aggravare il divario Nord-Sud. Terza possibilità: si fa davvero il federalismo fiscale e per finanziarlo si tagliano i sovracosti della politica, ma così rischiano di saltare gli stessi equilibri politici che danno la maggioranza in sede nazionale alla richiesta federalista della Lega. A questo punto Panebianco avanza una quarta possibilità: si ricorre a soluzioni istituzionali diverse a seconda dei territori: federalismo al Nord, controllo centralizzato sulla spesa al Sud; per Panebianco la ricetta migliore, se non fosse politicamente impraticabile.

Una impraticabilità simile avevamo proposto qualche settimana addietro sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno, sostenendo provocatoriamente persino l’ipotesi di una sola macroregione meridionale, con Province azzerate, e spesa centralizzata, che avrebbe potuto darci un vantaggio competitivo sulle regioni del Paese che avessero tenuto attivi (a spese loro!) i sovracosti politici locali a cominciare dalle Province, reinvestendo al Sud in sviluppo, sicurezza e legalità, tutti i risparmi di spesa ivi realizzati in sede di intermediazione politica in eccesso. Insomma, se la Provincia di Bergamo la vogliono se la paghino i bergamaschi con un’addizionale specifica, magari gli passa la voglia! Vuoi vedere che il politicamente impraticabile, se minacciato, apre la strada a un federalismo seriamente attuato, senza costi aggiuntivi della politica al Nord come al Sud?

giovedì 13 maggio 2010

L'UNESCO CI RICONOSCE LA LINGUA MA LO STATO CENTRALE NO

L'UNESCO CI RICONOSCE LA LINGUA MA LO STATO CENTRALE NO
Dal febbraio del 2000 ogni anno per promuovere la diversità linguistica e culturale e il multilinguismo, viene celebrata La Giornata Internazionale della Lingua Madre, proclamata dalla Conferenza Generale dell’UNESCO. La Giornata Internazionale della Lingua Madre si celebra il 21 febbraio di ogni anno, ma dovunque viene preceduta da una settimana di iniziative, manifestazioni, scritti e letture, costituisce un’occasione per ricordare agli stati membri il fine di questa giornata: il riconoscimento della diversità linguistica e l’importanza dell’educazione al multilinguismo.
In un sistema che pone al proprio centro la persona umana riconoscendo come proprio fondamento i suoi diritti innati, un peso fondamentale ha la lingua madre. Potremmo definire la lingua madre come la lingua che la persona sceglie e predilige per esprimere se stesso e per esplicitare con se stesso le proprie emozioni, la lingua scelta per rapportarsi con coloro che appartengono al proprio gruppo culturale di origine. La lingua madre, dunque, ci porta al tema dell’identità culturale e, più precisamente, al diritto all’identità culturale.
Secondo l'Unesco, quindi le Nazioni Unite, le lingue in pericolo parlate nello Stato italiano sono 31. Secondo lo Stato italiano (Legge 482/99), le lingue in pericolo parlate nel suo territorio sono 12.
In particolare l’Unesco riconosce al Napoletano ed al Siciliano lo stato di lingua madre, ciò vuol dire che tra le lingue italo-meridionali sono da considerarsi lingue separate dall'italiano standard (Toscano) e non dialetti di questo. Addirittura la Sicilia è l'unica Regione a Statuto Speciale che non si vede riconosciuta la propria lingua.
Per fare meglio chiarezza, va sottolineata la differenza tra Lingue e dialetto. Un dialetto (dal greco διάλεκτος, dialektos, letteralmente "lingua parlata") è una varietà linguistica (o idioma) usata da abitanti originari di una particolare area geografica. Il numero di locutori, e l'area stessa, possono essere di dimensione arbitraria. Ne consegue che un dialetto per un'area più ampia può contenere molte varianti, che a loro volta possono contenere sottovarianti di aree ancora minori, e così via. La lingua è il modo concreto e determinato storicamente con cui si manifesta la capacità comunicativa verbale del linguaggio, dal quale si distingue in senso proprio. I tratti comuni che individuano una lingua sono il vocabolario, il sistema fonematico comune, la grammatica e la sintassi, lo stile e la pragmatica.


area di influenza Lingua Napoletana







area di influenza Lingua Siciliana



Ottenere uno status legale del Napoletano e del Siciliano come Lingue Proprie dell’Italia meridionale ne permetterebbe l’utilizzo nelle scuole, negli uffici pubblici e nei mezzi di informazione.
L' attività di valorizzazione è portata avanti principalmente da associazioni culturali e gruppi musicali e teatrali. Sono presenti anche siti Internet in lingua napoletana e siciliana. La lingua napoletana, come quella siciliana e le altre parlate meridionali, soffrono il fatto di essere state confinate dalla cultura ufficiale italiana nel "ghetto" dei dialetti. A Napoli, come a Palermo c'è una spinta a vergognarci di una cosa che è parte della nostra identità. La poesia, il teatro, la musica e in generale la cultura e l’identità di un popolo si stanno estinguendo inesorabilmente e se non si interviene immediatamente tale patrimonio sarà perso per sempre. In Spagna, per esempio, il popolo catalano ha riposto molti sforzi nella conservazione della sua lingua e molto orgoglio nel ritrovarla, da noi, il sistema unitario ci spinge a vergognarci del suo utilizzo.
"Il napoletano è una lingua - ha affermato Giovanni Cervero, presidente del Forum delle associazioni di Positano (dove si celebra ogni anno la Giornata Internazionale della Lingua Madre promossa dall’UNESCO), perchè è stato l'idioma ufficiale del Regno di Napoli, è esistita per ottocento anni, nata prima dell'italiano ed esiste ancora".
Tra i poeti contemporanei che hanno scelto di esprimersi in siciliano Ignazio Buttitta è il più noto e il più conosciuto, sia in Sicilia che nel resto dell'Italia. Scomparso del 1997, la sua lirica più famosa è Lingua e dialettu, dove implora i siciliani affinché conservino la propria lingua:


Un populu mittitilu a catina spughiatilu

attuppatici a vucca è ancora libiru.

Livatici u travagghiu u passaportu

a tavula unnu mancia u lettu unnu dormi,

è ancora riccu.

Un populu diventa poviru e servu

quannu ci arrubbanu a lingua

addutata di patri:è persu pi sempri.


E a tal proposito va ricordato Rémy de Gourmont, poeta, scrittore e critico letterario francese il quale scrisse: “Quando un popolo non osa più difendere la propria lingua, è pronto per la schiavitù”

giovedì 6 maggio 2010

Magna Grecia


Venivano dalla madre Grecia e portarono la civiltà, l'organizzazione, il commercio, l'arte, le scienze, il pensiero. Quando il Nord dell'Italia viveva ancora nella barbarie e Roma cominciava appena ad uscirne, una serie di città greche sparse lungo le cos...te dell'Italia meridionale e della Sicilia avevano già raggiunto un grande livello di civiltà e di prosperità. A partire dagli insediamenti dei Calcidesi a Pithekuossai – l'odierna Ischia – e a Cuma, nella prima metà del secolo VIII a. C., molte altre città greche sorsero nel Sud dell'Italia: Sibari, Napoli, Messina, Selinunte, Agrigento, Gela, Megara-Iblea, Crotone, Paestum, Taranto, Metaponto, Locri, Reggio, Taormina, Catania, Siracusa e costituirono la Magna Grecia. Esse, come la madre patria, furono "poleis", ciascuna indipendente. Tutto in quelle città fu greco: la religione, la cultura, i templi, i dipinti, le statue, il modo di abitare, l'acropoli, l'agorà, il calendario, il sistema di pesi e misure. Cinque secoli di storia straordinaria che costituirono un modello perenne di civiltà che s'irradiò pian piano nel resto della Penisola e in Europa. E fu proprio quella parte della Magna Grecia – oggi Calabria – a regalare il nome storico di "Italia" e porsi, insieme a tutte le altre città come luogo d'incontro tra Oriente ed Occidente. Era nato un "nuovo uomo". Era nata una nuova grande civiltà. Era nata nel Sud dell'Italia. Vennero da lontano, anzi da molto lontano i padri fondatori di quell'incredibile "fabbrica politica del Sud". I loro antenati Vichinghi partirono dalla Scandinavia, "regno di Odino e dei mostruosi Kroll", e scesero verso ovest fermandosi sulle coste settentrionali della Francia che assunse il nome di Normandia. Quei barbari, rozzi e incolti, nella loro discesa verso Ovest e verso Sud, seppero però, in breve tempo, accettare il credo cristiano, sostituire il primitivo linguaggio con la lingua d'oïl di origine latina e, in poche generazioni, formarono una perfetta società feudale con i loro cavalieri e i loro nobili I Normanni, dunque, ormai cavalieri, pragmatici ed animati da ideali, scesero nelle nostre terre, cavalcando per pianure e città, addobbati con i loro elmi, i loro spadoni, le loro calzamaglie di fil di ferro, istillando pian piano la loro straordinaria capacità a raggruppare e organizzare popoli e terre, affari e ricchezze, rapporti e modi di vita, in qualcosa che essi chiamarono regno e che noi, oggi, chiamiamo stato. E saranno gli Altavilla ad avviare quella "fabbrica del Regno"che con alterne vicende durerà molti secoli. Così, Ruggero I cominciò a gettare le fondamenta di uno stato plurietnico e poliglotto, nel quale Normanni e Greci, Saraceni e Latini avrebbero, sotto un controllo centralizzato, conservato le proprie fedi e tradizioni culturali, in perfetta armonia e reciproco vantaggio. Il "Regno di Napoli" o "delle Due Sicilie" o "Sud" che dir si voglia era diventato nei secoli indipendente da chi lo governava, un vitalissimo organismo geopolitico. Il Sud disponeva oramai di una sostanziale autonomia, di un'identità forte, fatta di popolazioni amalgamate, di un'economia agricola e marinara, di un vernacolo "consonantico" che era la lingua mediterranea, di tradizioni e costumi. E sarà proprio Ruggero II, incoronato re nella notte di Natale del 1130, con la sua saggezza e determinazione, a compiere il passo qualitativo più importante nell'opera di edificazione del Regno e, cioè, la definizione di quelle norme valide per tutte le regioni del Sud (Assise di Ariano). I Normanni, dunque, operarono la "reductio ad unum" sul modello greco-romano, di regioni poste all'incrocio di tre specchi del Mediterraneo. La capacità in altre parole, di edificare un regno sottratto alla parcellizzazione e alla dispersione dei poteri, tipica dell'età feudale, un regno via via più strutturato, un organismo politico con i suoi popoli, le sue lingue destinate a far "koinè", le sue città ricche di storia e d'arte, la sua economia mista tra agricola e mercantile e, ovviamente, le sue leggi e istituzioni. Un regno, insomma, sganciato dal destino dei suoi re e governatori. Questi passano, il regno resta. Venne dalla Spagna il giovane Carlo III di Borbone, figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese, con l'incarico di ricomporre il Sud, il Regno delle Due Sicilie. E così, nel luglio del 1734 iniziò l'avventura dei Borbone del Sud. Un'avventura durata 126 anni, fino al 1860, che creò uno stato indipendente con le sue leggi, la sua economia, il suo esercito, le sue tradizioni, la sua bandiera, la sua dignità. Carlo – "il re perpetuo" – fu uno dei più saggi, autorevoli ed illuminati sovrani d'Europa. Si circondò di uomini illustri ed esperti, a cominciare da Bernardo Tanucci, sostenne la cultura, migliorò le leggi, costruì grandi opere come la Reggia di Caserta dotata di un acquedotto di ventisette miglia e il Teatro San Carlo, massimo d'Europa. Si avviarono gli scavi di Ercolano e Pompei, si costruì l'Albergo dei Poveri, commissionato a Ferdinando Fuga, dove furono accolti gli indigenti di tutto il Regno e che rimane oggi il più grande edificio del settecento esistente. Commissionò la stesura di un codice ad autorevoli giuristi, fondò nelle province scuole ed accademie, tutelò le arti e il commercio, incentivò l'agricoltura ma, soprattutto, limitò i privilegi dei baroni. Carlo III, dunque, seppe continuare, rafforzandola, quell'identità nazionale iniziata nel 1130, regalando al Sud e a Napoli uno di periodi più splendidi della loro storia, con una definitiva indipendenza ed autonomia che sarebbe continuata , con alterne vicende, con luci e ombre, anche con gli altri sovrani fino al 1860, quando il processo di unità nazionale italiano pose fine a quella straordinaria vicenda storica durata quasi otto secoli. Vennero dall'ostile Piemonte i liberatori sabaudi, i fratelli d'Italia che, tradendo gli ideali democratici e risorgimentali che pur avevano animato tenaci, convinte e tal volta eroiche minoranze intellettuali, imposero la loro logica di annessione e di ampliamento territoriale. E fu l'Inferno! Una feroce guerra civile lunga quasi dieci anni. Migliaia di morti. Migliaia di prigionieri rinchiusi nei lager del Nord Italia. Intere città rase al suolo. Atti di barbarie, come le avvisaglie prenaziste del generale Cialdini. Il saccheggio dell'intera ricchezza di quello che era stato, in assoluto, il più ricco degli stati italiani. Per Mafia e Camorra, poi, cui fu affidato subito l'ordine pubblico e la gestione del plebiscito, si aprì una nuova epoca: il potere pubblico – nella nascente Italia unita – aveva bisogno "istituzionalmente" dei loro servizi e pagava…pagava bene, come nel caso dei trentaquattro miliardi (a valore di oggi) girati alla Camorra. Venne, poi, l'emigrazione forzata. Nel solo periodo che va dal 1876 al 1920, circa un milione e ottocentomila meridionali furono costretti ad emigrare in lontane terre, con il loro carico di dolore e di nostalgie. Ma venne soprattutto l'incomprensione. La demonizzazione del meridionale, la "razza maledetta", "la palla al piede", le teorie razziste, giunte come si sa fino ai giorni nostri. Ma sia ben chiaro: tutto ciò è potuto accadere anche grazie alle gravi responsabilità di molti meridionali presenti nella politica, nelle istituzioni, nell'economia, nell'informazione, che hanno tradito il loro popolo, svendendo per i propri tornaconti la dignità di milioni di persone. Ignobili figure da relegare nella discarica della storia. Il Sud, però, dato più volte per spacciato è sempre riuscito a sopravvivere, a rialzarsi anche nei momenti più drammatici della sua lunga vicenda storica. È rimasto vivo e geloso della propria identità, rigettando spesso inconsciamente, ogni sostanziale forma di adattamento estranea alla sua tradizione. Una lunga storia quella della nazione meridionale che deve ritornare a guardare al futuro con la consapevolezza di aver avuto un grande passato. Nuovi uomini, nuove donne, nuove sane energie che debbono oggi unirsi per costruire una "Comunità Politica" del Mezzogiorno, sviluppando un progetto di rinascita e di ricostruzione dell'identità territoriale. Un esercito delle coscienze motivato e determinato pronto a marciare verso i sentieri delle future generazioni. www.laltrosud.it

domenica 14 marzo 2010

Si fa presto a dire troppe cose sul Sud


di Lino Patruno

Si fa presto a dire troppe cose sul Sud, standosene comodamente altrove. Primo esempio, la criminalità. Confindustria mette fuori tutti i suoi iscritti che pagano il pizzo. Bene, applausi, così bisogna fare. Nessuno però chiede o dice se contemporaneamente Confindustria crea una rete a protezione dei suoi iscritti che dicono «no» all’estorsione, tenendo conto che ne è vittima almeno (almeno) un imprenditore su tre. Perché, parliamoci chiaro, chi dice «no» fa benissimo, è un atto di civiltà, altrimenti non sarà più libero. Ma si prende dei rischi, dai quali deve pretendere di essere difeso. È vero che ci sono esempi edificanti di vite votate alla lotta alle mafie. E c’è chi la vita l’ha persa e ora è un simbolo per tutti. Ma è anche vero che nessuno può essere lasciato solo, perché le mafie sarebbero più forti e questo vogliono. Ed è anche vero che nessuno ha l’obbligo di essere un eroe. Perché, quando si finisce all’eroe, significa che la lotta alle mafie è mezza perduta. Si aggiunge, scandalizzandosene: in molte zone del Sud lo Stato non c’è più, lo Stato è la mafia. Che dispensa posti di lavoro, assiste chi ne ha bisogno, risolve i problemi di chi vi ricorre. È anche la mafia che ammazza chi non ci sta, che costringe a servirsi dei suoi supermercati, che impone le condizioni agli altri, che si appropria degli appalti, che a volte ha suoi uomini nei consigli comunali. Insomma che distrugge l’economia e la politica pulite. Automatico che si additi questa come un’altra vergogna del Sud. Automatico che chi ci sta è complice, quindi Sud tutto mafioso.
Ma nessuno che anche qui si chieda cosa ha fatto lo Stato per impedire che ciò avvenisse. Perché la difesa della legalità spetta allo Stato e non ai cittadini, non è fai-da-te. I cittadini devono collaborare denunciando, ma neanche in questo caso devono essere lasciati soli. E difesa della legalità non significa una pattuglia di polizia in più, o un magistrato in più, o la visita di un ministro quando scorre il sangue. Significa fiducia della gente. Significa riempire i quartieri di socialità e sicurezza. E convinzione che rivolgersi allo Stato convenga di più e faccia sentire più tranquilli.
Si fa presto a dire troppe cose sul Sud, standosene comodamente altrove. Secondo esempio, la scuola. Una ricerca della Fondazione Agnelli ha stabilito che, a parità di condizioni, uno studente meridionale ha un livello di istruzione di un anno e mezzo indietro rispetto a uno studente settentrionale. Parità di condizioni vuol dire stesso tipo di scuola e stesso anno di classe. Dovrebbe voler dire anche stesso livello culturale della famiglia, stesso sviluppo della città, stessa dotazione di libri, stessa possibilità di frequentare, stessa capacità degli insegnanti. A parte gli insegnanti, fuori discussione perché ce ne sono moltissimi meridionali anche al Nord, siamo sicuri che tutto il resto sia «a parità di condizioni»? E cosa fa lo Stato per dotare la scuola meridionale di mezzi che le facciano superare l’handicap di partenza?
Si fa presto a dire troppe cose sul Sud, standosene comodamente altrove. Terzo esempio, l’uso delle risorse nazionali. Si è parlato in questi giorni, grazie al libro del sociologo torinese Luca Ricolfi, di «sacco del Nord». Ogni anno lo Stato passerebbe 50 miliardi del Nord al Sud sempre bisognoso di assistenza. Ovvia la reazione: non potete più vivere alle nostre spalle, così se ne va alla malora anche il Nord. Ma nessuno che calcoli quanti di quei miliardi il Nord li ricavi dallo stesso Sud senza che appaia, nessuno che calcoli chi saccheggia chi. Il risparmio del Sud che le banche passano al Nord. Le commesse pubbliche acquisite dalle imprese del Nord al Sud. Le tasse pagate al Nord (dove hanno sede fiscale) dalle imprese settentrionali che fanno profitti al Sud. I prodotti del Nord venduti al Sud. Il lavoro al Nord dei meridionali diplomati o laureati al Sud (che ne ha sostenuto la spesa mentre il profitto se lo prendono al Nord). Gli incentivi che le aziende del Nord incassano venendo al Sud.
Si fa presto a dire troppe cose sul Sud, standosene comodamente altrove. Quarto esempio, lo scarso senso civico del Sud. Ma nessuno che si vada a rileggere la storia di uno Stato che, limitandoci ai soli ultimi 150 anni (l’Unità), verso il Sud è stato più nemico che amico. Essendone ricambiato. Quinto esempio, il divario fra Sud e Nord. Ma nessuno che, per le sole infrastrutture, calcoli che, mentre al Nord irrompe l’alta velocità ferroviaria, al Sud ci sono mille chilometri di ferrovia in meno di prima della seconda guerra mondiale.
Se proprio si vogliono dire cose più sensate sul Sud, si parli del livello delle classi dirigenti (non solo politiche), dei troppi sprechi, dei ritardi della pubblica amministrazione, di troppe mentalità sbagliate. Ma non glielo suggeriamo, altrimenti ne approfittano.

Fonte: LaGazzettadelMezzogiorno