mercoledì 18 marzo 2009

lunedì 9 marzo 2009



« Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese del Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l'un l'altro: "Venite, facciamoci mattoni e cuciniamoli al fuoco". Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: "Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non dispenderci su tutta la terra". Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: "Ecco, essi sono un popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro". Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. »
(dalla Bibbia, libro della Genesi 11, 1-9)
Perché ho voluto riproporre questo passo della Bibbia ?? Sebbene io sia credente del mio Dio in maniera privata senza bisogno di intermediari siano essi preti,suore chiese e quant’altro,riconosco che chi ha scritto queste parole,ha dimostrato attraverso una storia, quello che i filosofi di ieri e di oggi si sono sempre chiesti. Perché gli uomini non si capiscono fra di loro sebbene parlino la stessa lingua ?
“Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro “ ecco la risposta ,ognuno di noi crede di essere portatore sano di una intelligenza unica e quindi quando si trova costretto a confrontarla con altre, anziché utilizzare la logica ed il buonsenso, si mette sulla difensiva argomentando con spirali perverse, interrompendo e anticipando la risposta prima che il suo interlocutore abbia finito di esprimere un suo pensiero confondendo così il senso della discussione fino a renderlo incomprensibile e deviato. Paradossalmente si è tutti d’accordo sull’oggetto della discussione, sull’emergenza da affrontare, però ! Già però !! C’è sempre un sé ed un mà ! La nostra intelligenza che crediamo sia superiore non accetta di essere equiparata ad altre.
Tranne che in un caso: si è tutti d’accordo quando si discute la distribuzione di privilegi,successo, opportunità,vantaggi personali, lusso ricchezza a patto che si sia oggetto della spartizione.! A quel punto delle lingue si usano solo le papille gustative ! E allora perché deve essere così difficile risolvere un problema che porta benefici a tutti e non solo ad una piccola parte di privilegiati ? Perché scattano i bizantinismi, perché si discute del sesso degli angeli, ignorando la città assediata ??
Fino a quando le lingue continueranno ad intrecciarsi fra di loro senza produrre niente se non addirittura creare danni irrimediabili ?? Purtroppo sarà più facile vedere gli uomini camminare sull’acqua che vedere i popoli di questa terra dialogare fra di loro per comprendersi e non per accelerare attraverso il caos della Babilonia delle lingue confuse, l’inevitabile processo di autodistruzione.

Remigio Raimondi

mercoledì 4 marzo 2009

martedì 3 marzo 2009

Costituente Meridionalista ? Un giorno,forse .....

Cari amici,
avete seguito su questo sito gli sforzi che personalmente ho compiuto nel tentativo di costituire un unico soggetto politico meridionalista, capace di farsi carico dei bisogni dei nostri territori e delle aspettative dei nostri concittadini. C’è stata una riunione a Cosenza, durante la quale 18 tra associazioni e movimenti hanno sottoscritto un patto di unità e ci siamo tutti illusi che il sogno potesse diventare realtà. Poi un’incontro a Salerno, una manifestazione ad Acireale, l’evento di Bari promosso dalla senatrice Poli Bortone…
Tutto sembrava procedesse nella direzione e nella prospettiva auspicate, ma nel momento decisivo – com’è sempre purtroppo accaduto in passato – sono venuti fuori pregiudizi, egoismi, miopie, chiusure, vecchie e nuove resistenze.
Per andare in tempi brevi all’assemblea costituente del “partito del sud” occorreva che ciascuno facesse un passo indietro, rispetto alle pur legittime aspirazioni personali, per farne fare uno avanti al progetto condiviso. Così non è stato, perché – ancora una volta! – è prevalso il male antico dell’individualismo meridionale: ognuno innamorato del proprio “giocattolo”, cultore della propria personalità, prigioniero del proprio schema.
Bene, chi mi conosce sa che posso avere mille difetti ma non quello dell’ipocrisia: non ci sono, almeno nell’immediato e con certi interlocutori, le condizioni per andare avanti nella direzione della “costituente meridionalista” e, per quanto mi riguarda, mi chiamo fuori da questo teatrino.
Chi vuole, potrà provarci. Altri potranno iscriversi al partito di Lombardo e immaginare di battersi per le magnifiche sorti e progressive del Sud. Altri ancora, magari, fare un accordo elettorale con la Lega oppure un’alleanza con l’UDC! I più ostinati e perversi potranno, invece, continuare a masturbarsi mentalmente col proprio movimento-giocattolo, durante l’ennesima stagione elettorale dove si consumano eterne partite di potere ed effimeri protagonismi.
Per quanto mi riguarda torno al mio impegno in Calabria e per la Calabria. Quando ci saranno le condizioni per fare altro e di più vedremo.
Il Manifesto-Carta dei Valori rimarrà come bozza del progetto dei nostri “Comitati per la Calabria Libera” e nei prossimi giorni faremo una riunione riservata agli amici calabresi che hanno condiviso e vogliono continuare a condividere con noi questo percorso.
Sul piano nazionale, manterremo e rafforzeremo la rete con associazioni e movimenti meridionalisti che hanno il nostro stesso “sentire” ma in questa fase, e nel medio periodo, le daremo la struttura di area-laboratorio culturale, politico e programmatico.
Il Sud nei prossimi mesi e forse nei prossimi anni vivrà situazioni difficili a causa della crisi economica che pagheranno particolarmente i territori deboli e marginali. Per affrontarla c’è bisogno di un’altra classe dirigente, veramente libera, leale e protagonista. A questo impegno mi dedicherò con passione ed entusiasmo: in Calabria con un soggetto politico organizzato e strutturato su tutto il territorio, nel Sud con la forma “laboratorio” sopra accennata.
Tutto il resto forse non sarà noia, ma non mi interessa più.
Beniamino Donnici

2 Marzo 2009

Esiste ancora la "questione meridionale" ?

Il Sud e la Sicilia verso la nuova frontiera mediterranea *

Di Agostino Spataro

Esiste ancora la questione meridionale?
Non è una boutade, ma una domanda pertinente che sollecita una verifica della realtà attuale di questa grande area poco sviluppata che comprende 8 regioni, suddivise in 28 province, che rappresentano il 75% delle acque territoriali, il 41% della superficie e il 35% della popolazione italiane.

Un territorio carico di storia e di cultura, ma segnato da acute contraddizioni sociali ed economiche che parevano insanabili per via ordinaria.
Tanto che, agli inizi degli anni ’50, la politica italiana decise di affidare il Sud alle cure di un ministero ad hoc istituito e agli interventi operativi speciali della Cassa per il Mezzogiorno (Casmez).

Da allora ad oggi qualcosa è cambiato in meglio, tuttavia la questione meridionale resta come palla al piede dell’Italia. Se non altro perchè è rimasto immutato il divario col Nord.

Recenti dati Istat ci dicono che l’apporto del Sud alla formazione del PIL italiano è stato nel 2007 del 23,8% mentre nel 1979 era del 24,0%.
Addirittura una leggera flessione che segnala il permanere di una difficoltà di fondo che acuisce il disagio sociale e scoraggia gli investimenti italiani e soprattutto stranieri.

Secondo l’ultimo rapporto Svimez, nel 2006, solo lo 0,66% degli investimenti diretti esteri sono stati allocati nel Sud mentre il 99,34% si é orientato verso il centro nord.

All’interno del dato globale di segno negativo, si registrano significativi progressi a macchia di leopardo, concentrati specialmente nelle 4 regioni più piccole che stanno “fuoriuscendo” dal Mezzogiorno.

La svolta riguarda Abruzzo, Molise, Basilicata e Sardegna che, nel 2007, hanno fatto registrare un Pil pro-capite superiore alla media meridionale attestatasi su 17.552 euro.

I fattori di tale performance sono molteplici: innovazione, prossimità con i mercati, efficienza dell’infrastrutture e dei servizi, ecc. Tuttavia, il fattore più influente, e unificante, sembra essere l’assenza del predominio mafioso sui loro territori.
L’esatto contrario di quanto si verifica nelle rimanenti regioni Calabria, Sicilia, Campania e Puglia, tutte al di sotto della media del Pil, segnate da una soffocante presenza della criminalità organizzata (rispettivamente: Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita) che condiziona l’economia, l’amministrazione e, in una certa misura, la società civile.

Un Mezzogiorno dentro il Mezzogiorno
Una vistosa divaricazione interna che ha creato un mezzogiorno dentro il mezzogiorno.

In Calabria, Sicilia e Campania non c’è un vero mercato, non c’è libera concorrenza, ma prevalgono forme di produzione e di accumulazione pre- moderne, basate sulla violenza e sull’illegalità, che consentono alle mafie di produrre un “fatturato” stimato (forse per difetto) in 130 miliardi di euro, corrispondente al 40% del Pil meridionale e al 10% di quello italiano.
Un’incidenza davvero ragguardevole, ben oltre i limiti fisiologici tollerabili, maggiore di quella derivata dal fatturato di alcuni grandi gruppi industriali italiani.
Un fiume di denaro che, oltre a sfuggire in gran parte al fisco, fa della criminalità uno dei soggetti principali dello scenario economico e finanziario del Paese, con articolazioni importanti in diversi Stati europei, dell’est e dell’ovest.
A ben pensarci, senza questo 10% d’origine malavitoso forse l’Italia non potrebbe sedere nel club del G8. Molti, soprattutto all’estero, si chiedono: perchè lo Stato democratico, i diversi governi succedutisi non hanno mai intrapreso una lotta seria, definitiva contro le organizzazioni criminali?

Il pensiero corre ai voti che le mafie convogliano sui partiti di governo. Ma il voto, da solo, non basta a spiegare un fenomeno così potente e radicato.
In realtà, la motivazione principale credo stia in questi enormi flussi di capitali che, per vari canali, anche leciti, affluiscono nel sistema economico e nel circuito finanziario nazionale ed internazionale.

Insomma, senza questo apporto, ormai consolidato, verrebbe a mancare un pilastro finanziario importante, difficilmente sostituibile con risorse lecite.

Immigrazione e federalismo egoistico
Ma torniamo al Meridione dove al permanere di dinamiche così perverse si registra l’attivazione di alcune più virtuose che hanno favorito l’emancipazione economica di talune regioni.

Tutto ciò è successo nel corso degli ultimi tre lustri (1992-2007), ovvero durante la lunga e confusa (e non conclusa) fase della transizione politica italiana, apertasi con l’esplosione di “tangentopoli” (1992) che ha travolto il sistema politico della ”prima Repubblica” e capovolto i termini del tradizionale rapporto nord-sud.
Nel senso che, anche grazie alle pressioni ricattatorie della Lega di Bossi, nell’agenda politica e di governo non figura più la “questione meridionale”, ma quella “settentrionale”, accompagnata dalla rivendicazione di un “federalismo fiscale” caricato di un significato punitivo verso il sud “sprecone”.

Il progetto di riforma federalista, già varato dal governo Berlusconi, se attuato rischia di perpetuare, di acutizzare il divario fra nord e sud e quindi d’innescare una contrapposizione fra regioni ricche del centro nord e regioni meno sviluppate del sud che potrebbe disarticolare l’autorità dello Stato e l’unità della nazione.
Si creerebbe, così, il clima perfetto per consentire alla Lega di far passare la sua idea costitutiva di secessione del nord, mai veramente abbandonata.
Un progetto subdolo, disastroso per l’Italia e per l’Europa, che non si nutre soltanto dell’egoismo razzista di taluni gruppi improvvisamente arricchitisi, ma che fa leva su alcuni fenomeni sociali nuovi che stanno modificando il tradizionale rapporto fra nord e sud del Paese.

Fra questi, grande importanza assume l’immigrazione extracomunitaria. L’afflusso, piuttosto recente, nelle regioni del centro-nord di milioni d’immigrati ha fatto venir meno uno dei presupposti del “patto scellerato” sul quale si è fondato, dall’Unità in poi (1860), il difficile equilibrio fra nord e sud. Com’è noto, quel “patto”, mai ufficialmente ammesso, assegnava al Sud una doppia funzione subalterna verso l’industria del nord: di fornitore di braccia e cervelli e di grande mercato di consumo.

Oggi, il nord, giunto ad uno stadio di saturazione del suo sviluppo e in forte competizione con altre realtà industriali europee e mondiali, alle braccia meridionali preferisce quelle provenienti dall’Africa, dall’Asia e dall’America latina.
Meglio se clandestine poiché costano meno e non hanno diritti da rivendicare.
Tuttavia, il Nord non può fare a meno del Mezzogiorno che resta pur sempre un importante mercato (circa 20 milioni di consumatori) e luogo strategico di deposito, trasformazione e distribuzione di prodotti energetici. Soltanto in Sicilia si raffina il 40 % delle benzine, mentre sulle sue coste approdano due giganteschi metanodotti provenienti dall’Algeria e dalla Libia.

Nei nuovi programmi, in corso di attuazione, è prevista, sempre in Sicilia, la realizzazione di due grandi impianti di ri- gassificazione e almeno di una centrale nucleare.

Insomma, il sud sempre di più acquisterà un peso decisivo nella strategia di approvvigionamento energetico del Paese.

Il Mezzogiorno ponte europeo nel Mediterraneo
Anche se la Casmez è stata abolita, l’intervento speciale nel Sud, seppure in misura ridotta, è continuato sotto altre forme. In particolare, utilizzando i vari progetti comunitari, purtroppo concepiti ed attuati in continuità col vecchio meccanismo e, pertanto, con risultati vicini allo zero.

Peccato! Poiché si è persa un’altra importante occasione per il Sud.
Infatti, oltre ad avere sprecato una gran quantità di denaro pubblico, si rischia di non cogliere le tante opportunità che si produrranno, nei prossimi anni, grazie allo sviluppo globale e multi polare nella zona mediterranea.

Il Mezzogiorno, fisicamente e storicamente proiettato nell’area mediterranea, potrebbe candidarsi a divenire zona-cerniera, ponte del partenariato e della zona di libero scambio euromediterranei.

Cambierebbe così il suo ruolo: da area emarginata a punta più avanzata dell’Italia e dell’Europa del dialogo e della cooperazione con i Paesi rivieraschi.
Inoltre, sappiamo che nel Mediterraneo, speriamo al più presto pacificato e politicamente co-gestito, si materializzerà, attraverso il canale di Suez, una fra le più sconvolgenti novità sul terreno dei rapporti economici, culturali e politici fra Europa e Asia.

Per il sud italiano, così come per altri sud europei, si apre, infatti, una prospettiva inedita, rappresentata dai crescenti flussi commerciali e finanziari provenienti dall’Asia e dall’Africa, in particolare, oggi, da Medio Oriente, Cina, India, Giappone, Oceania.

Una prospettiva che potrebbe consentire al Mediterraneo un “ritorno” al ruolo storicamente assolto fino al 1492.

(Fine Parte I)

lunedì 2 marzo 2009

ADESSO E ACCESSO !

Forse e tempo di discutere del Sud e di tutti i suoi problemi,con Meridionali residenti,emigrati al Nord e nel resto del Mondo. Gente comune che prova sulla sua pelle il disagio ,di essere rappresentati da politici finti meridionalisti incapaci e cialtroni ! Una “questione meridionale” non più come ritardo e degrado, ma come disagio e disastro. Non mi sembra un aspetto marginale, dato che "ritardo e degrado" sono indicativi di un approccio razzista, discriminatorio (visto che ci sono anche delle notevoli falsificazioni storiche alle spalle) mentre termini come "disagio e disastro" sono delle mere "fotografie dell'esistente" e sono l'unica base condivisa (ormai) sulla quale si possa iniziare a discutere.
Argomenti di discussione sono tanti a partire dall’ inettitudine e responsabilità dei gruppi dirigenti politici, ma anche di tanti operatori e professionisti subalterni alle amministrazioni di turno quella che è la situazione di un’intera terra, dominata da scambi clientelari, da appartenenze legate ad interesse, da affarismi amorali e immorali, da iniziative portate avanti in nome del proprio particolare. Tanti, molti, visibili e invisibili, giocano, drammaticamente, con il medesimo mazzo di carte. Famelici e assetati attrattori di fondi pubblici sottratti ad operatori onesti e volenterosi costretti a destreggiarsi in un territorio inquinato e devastato ! Povera terra devastata da nuovi barbari arricchiti o in cerca di ricchezza, senza sapere bene come, spesso con la violenza e il malaffare. Senza meriti. Senza altre qualità che quelle dell’imbroglio e dell’inganno. Povera e bella terra assediata e saccheggiata da chi non fa che esaltarne le bellezze e intanto pensa a profitti facili e veloci. Terra di sole e di mare con i piani per i villaggi turistici organizzati dai dirottatori di denaro pubblico, mentre i turisti fuggono dalle spiagge ridotte ad una pattumiera da depuratori miliardari mai messi in funzione. Pianga e s’indigni, rifletta e analizzi chi può, chi ha ancora forza, perché quello che domina è il silenzio. Silenzio devastante, ammiccante, ben calibrato di chi ha voglia di “depistare”, di fare volgere lo sguardo altrove.
Mentre leggiamo con sgomento i giornali e ci rendiamo conto che al peggio non c’è mai fine (e non sappiamo cosa altro temere) siamo avvolti da scomposti rumori e da un sostanziale, incomprensibile silenzio, appunto. Essere privati del futuro, essere allontanati dalle attività produttive, controllati nei tribunali, impediti nella libera concorrenza, vivere sotto un regime dittatoriale non dovrebbero bastare a suscitare almeno una qualche indignazione? Invece nulla da dire. Nulla da dire i politici e gli amministratori del Sud dell’Italia quelli che pronunciano fiumi di parole per sostenere verifiche e controverifiche, per mai amministrare. Nulla da dire i rappresentanti delle professioni e delle categorie che si limitano a doverose difese corporative e di ufficio. Nulla da dire i giovani più o meno organizzati e che si sono adattati alla stagnante situazione delle province più addormentate d’Italia.
Nulla da dire i tanti professionisti le cui competenze sono messe a dura prova dai colleghi che li soffocano e li opprimono con la loro pratica, fuori dalle regole, di attrarre fondi, ottenere finanziamenti europei o regionali, costruire villaggi ed ecomostri che poi provocano disastri o ricchezza per pochi furbetti. Nulla da dire i deputati e senatori meridionali se non sterili ed innocue interrogazioni parlamentari, pensando di cavarsela con le congratulazioni agli eroici protagonisti di un’ iniziativa di polizia e giudiziaria e con l’augurio rituale che le indagini continuino. Nulla da dire i rappresentanti delle associazioni di categorie, spesso oltremisura loquaci e che adesso non rilasciano nemmeno generiche dichiarazioni di consenso alle iniziative spontanee di Cittadini ormai costretti all’insorgenza. Parole come democrazia, libertà, legalità, libera impresa, scuola come centro di sapere, tribunale, inteso come luogo di Giustizia e non come sede in cui le regole processuali possono venire stravolte, non sembrano avere più un senso, non sono più nemmeno evocate.
La nostra sindrome degli assediati è di sentirci, addirittura, offesi soltanto perché qualcuno ci ricorda quello che tutti sappiamo e che sopportiamo con dolore. Ci preoccupiamo più delle immagini negative sul Sud e non di chi le crea con i suoi comportamenti.

Oggi in tempi di Show Business,di Auditel,di Reality Show, di Format, di dibattiti politici con i soliti attori rissosi e pieni di superbia sarebbe opportuno riproporre le trasmissioni dell’Accesso dove comuni Cittadini possano esercitare il diritto democratico di critica e rivendicare i propri Diritti Costituzionali.