venerdì 8 febbraio 2013

venerdì 3 febbraio 2012

FORZA SUD !!Forconi tornano i blocchi

"Un Partito? Possibile"di SALVO CATALANO Forza d'urto dalla prossima settimana torna in piazza ma promette di non creare disagi ai siciliani. Saranno bloccate solo le autocisterne di benzina destinate al Nord. Lombardo si dice contrario alle azioni di forza, ma il movimento medita di trasformarsi in partito Slitta di "quattro-cinque giorni" per "motivi organizzativi" la protesta del Comitato 'Forza d'urtò che ieri aveva annunciato da lunedì prossimo presidi ai pontili delle raffinerie siciliane per impedire al carburante di uscire dall'Isola. La decisione è stata resa nota dal presidente del comitato, Mariano Ferro. Diversità di vedute sull'attuazione della protesta erano già emerse ieri sera a Catania al termine di una assemblea organizzata dal comitato. "Dobbiamo decidere - ha detto Ferro - come attuare i presidi. L'obiettivo era rimettere in moto la protesta. Noi andiamo avanti. Vogliamo entrare nelle aule consiliari dei comuni siciliani - ha concluso Ferro - e oggi alle 18 prenderemo parte ad una seduta di consiglio comunale aperta in programma nel municipio di San Cataldo, in provincia di Caltanissetta". I forconi avevano annunciato di non voler "fare uscire dall'Isola nemmeno una sola goccia di carburante". Dalla prossima settimana verranno allestiti i blocchi davanti alle quattro raffinerie siciliane: Priolo, Gela, Milazzo e Termini Imerese. Nessun ulteriore disagio - giurano - ai cittadini siciliani, già pesantemente danneggiati da dieci giorni di blocchi stradali. Nel mirino di Forza d'Urto anche le sedi della Serit, Agenzia delle entrate e municipi. Ma i Forconi guardano oltre e il leader Mariano Ferro non esclude la formazione di un nuovo partito. "È un'ipotesi in campo" ha detto Ferro. Di una decisione "assurda" parla il governatore Raffaele Lombardo. "Stiamo lavorando ad altissima velocità - ha commentato Lombardo - per venire incontro alle loro esigenze, ma bloccare l'economia e le fabbriche sarebbe assurdo e sbagliato, e pagherebbero solo i siciliani. Io stesso che produco agrumi da un tipo di arance che vendevo a 70 centesimi, non so se ne ricaverò 25, perché nel frattempo chi le commercializzava ha perso i suoi clienti per via dei ritardi". Si è già messa in moto la macchina organizzativa del Movimento: in numerose città, soprattutto nelle province di Siracusa e Ragusa, da qualche giorno sono stati allestiti gazebo in piazza e organizzati incontri con la popolazione. Come a Priolo, dove i manifestanti sono pronti a trasferirsi dalla piazza alla raffineria. Dalla prossima settimana, i presidi torneranno ad essere più capillari e, promettono i Forconi, "a tempo indeterminato". La decisione ufficiale è arrivata ieri sera, a seguito di una partecipata assemblea che si è svolta al centro fieristico Le Ciminiere di Catania. Un incontro voluto dal Movimento dei forconi, a cui hanno partecipato anche Giuseppe Richichi, a capo degli autotrasportatori dell'Aias e una rappresentanza dei pescatori siciliani. Richichi tuttavia ha preferito prendersi "quattro, cinque giorni di tempo per decidere cosa fare". "Ci siamo stancati di essere presi in giro - ha detto Mariano Ferro, portavoce dei Forconi - abbiamo saputo dei tavoli tecnici dalla stampa. Non torneremo a fare i blocchi stradali, ma non per questo molliamo la protesta: non vogliamo fermare questa macchina che non si vedeva da secoli". Ieri mattina il governatore Raffaele Lombardo, anticipando le mosse di Ferro e compagni, aveva affermato di non essere più disposto a "diventare un alibi" per nuove manifestazioni. "Ho avuto la sensazione - ha detto Lombardo - che chi protestava era prevenuto sui risultati dell'incontro che avrei avuto col premier Monti a Roma. Parlo a tutti i siciliani e non solo a chi ha avuto la sua foto sui giornali e cerca sempre più consenso". La replica di Ferro è arrivata in serata. "Lombardo - ha affermato - è scivolato su una buccia di banana. Noi non abbiamo bisogno di divertirci, rappresentiamo una parte dei siciliani, quella parte che lavora e non guadagna". A rischio anche i principali porti siciliani. L'assessorato regionale alle Risorse agricole e alimentari ha iniziato le procedure per il pagamento del saldo dei contributi per il caro gasolio relativo agli anni 2009 e 2010. Ma il fondo previsto di circa 2 milioni e 400 mila euro non basterà a fermare le azioni dei pescatori. In attesa della manifestazione nazionale di giorno 7 a Roma, il presidente dell'associazione regionale dei pescatori Fabio Micalizzi ha annunciato "il blocco dei porti a Catania, Palermo, Siracusa, Messina e Termini Imerese". Lunedì scorso il presidente del Consiglio Mario Monti ha firmato il decreto che prevede entro i primi dieci giorni di febbraio l'apertura di due importanti tavoli tecnici: quello sul federalismo fiscale e quello su agricoltura e trasporto. Ma i Forconi non si fidano e chiedono di partecipare agli incontri. "Vogliamo - ha spiegato Ferro - che a decidere sul futuro dei nostri figli sia chi, come noi, paga le tasse. Se non vedremo fatti concreti non crederemo alle promesse, quindi subito i tavoli tecnici con noi". Mentre continuano a suscitare polemiche le parole del presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello sulle infiltrazioni mafiose nel Movimento. "A Lo Bello non rispondo - ha spiegato il leader dei Forconi - dico solo che bastava essere più chiaro e dire che bisognava stare più attenti. Noi non conosciamo quella persona che è stata arrestata a Lentini". Nei gazebo verrà avviata una raccolta firme per chiedere l'attuazione integrale dello Statuto siciliano. (03 febbraio 2012

martedì 15 novembre 2011

Prove di golpe tecnocratico

Ricevo e posto:


Di Lucio Garofalo

L’art. 1 della Costituzione italiana recita: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Parole sacrosante. Ma la sovranità popolare è di fatto negata o limitata da una sorta di assolutismo mediatico, una strisciante dittatura ideologica generata dalla televisione. Una tirannide che Pasolini aveva raccontato come il vero fascismo, cioè la peggior forma di oppressione totalitaria.

Il potere di persuasione occulta della televisione è immenso, subdolo e penetrante, è un dispositivo ideologico pervasivo e monopolizzante, funzionale ad un disegno di autoconservazione e rafforzamento dell’ordinamento vigente. Oggi, più che mai, si rivela in tutta la sua sconcertante verità un principio sacro al ministro della propaganda hitleriana, Joseph Goebbels, il quale sosteneva (non a torto) che una menzogna ripetuta ossessivamente, prima o poi viene recepita dalla gente come un dogma incontestabile.

In altri termini, non si inventa nulla di nuovo, ma si tratta di un fenomeno addirittura elementare e primitivo; tuttavia cambiano le soluzioni e le forme, le strategie e i mezzi tecnici, ritenuti più utili e convenienti, soprattutto adeguati all’attualità del momento.

Il sentimento immediato e primordiale su cui agisce e si impernia l’apparato ideologico della (dis)informazione televisiva, è la paura, ossia l’inquietudine suscitata negli animi di fronte ad una presunta “minaccia” (reale o immaginaria che sia, poco importa) descritta e agitata come uno spauracchio capace di influenzare e mobilitare le masse.

La paura è il fulcro istintivo ed emotivo su cui fa leva la macchina propagandistica della “strategia della tensione” ed è un formidabile strumento di controllo esercitato nei confronti dell’opinione pubblica. In passato si faceva ricorso al “nemico” individuato, in base alle circostanze e alle necessità, nel terrorismo di tipo interno (di matrice brigatista o di altra provenienza) ed esterno (come ad esempio al-Qaida o altre sigle internazionali), ovvero nel pericolo rappresentato da un’epidemia sconosciuta (si pensi all’Aids negli anni ’80, o altri morbi contagiosi, come in epoca medievale la peste nera) o altre infezioni di origine alimentare (cito i casi noti della mucca pazza e dell’aviaria).

Il meccanismo psicologico irrazionale innescato da chi detiene il potere, è una modalità di sorveglianza e di pressione sociale adatta a scatenare fenomeni di panico collettivo e isterismi di massa, creando ad arte un contesto di allarmismo diffuso che permette di giustificare interventi destabilizzanti e svolte politiche di segno autoritario e repressivo.

Oggi si preferisce impiegare le armi più sofisticate e “sublimi” della guerra finanziaria.

Mediante un bombardamento incessante e quotidiano, i mass-media agitano lo spettro terrificante dello “spread” o del “default”, in modo che l’opinione pubblica di una nazione sia messa nella condizione di accettare anche la soluzione più estrema e dolorosa. Si pensi al clima di “emergenza nazionale” provocato in modo puntuale da chi mira a legittimare e cavalcare “rivoluzioni” antidemocratiche che si inseriscono in un piano di ristrutturazione economica e ricomposizione del capitalismo su scala globale.

Si tratta di una piattaforma aggressiva e agguerrita, di impronta oltranzista ed eversiva, egemonizzata dalla borghesia imperialista ed imperniata sulla costruzione di un governo presieduto da un tecnocrate, che evidentemente fa comodo a quei centri di potere che invocano e perseguono misure drastiche e draconiane contro la crisi, per scaricare gli effetti più duri sui lavoratori e cancellare in un colpo solo le tutele sociali e i diritti sindacali conseguiti dal movimento operaio attraverso decenni di lotte tenaci e costanti.

Con l’incarico conferito dal Quirinale al professor Mario Monti, un tecnocrate promosso senatore a vita, si è insediato un governo ultraconservatore appoggiato e sponsorizzato dalle principali forze parlamentari di destra e di “sinistra”, che formano un fronte compatto al servizio del capitale quando si tratta di salvaguardare gli interessi dei gruppi economici dominanti. L’esecutivo di “emergenza” nato sotto la pressione dei mercati borsistici si rivelerà persino più reazionario e antipopolare di quello guidato da Silvio Berlusconi. Per la serie: “dalla padella nella brace”. Ce ne accorgeremo presto.

Per introdurre un regime dittatoriale non serve più il ricorso alla violenza militare, ma è indubbiamente più efficace l’autorità morbida e persuasiva esercitata dalla televisione.

Non a caso, se un colpo di Stato è attuato direttamente dall’esercito, si definisce “golpe militare”, ma se è il potere delle grandi banche a sovvertire (o a condizionare, che dir si voglia) in modo astuto e capzioso le istituzioni democratiche, consolidando il primato della finanza sulla politica, si preferisce chiamarlo ipocritamente “governo tecnico”.

L’esperienza storica insegna che un governo cosiddetto “tecnico” riesce più facilmente (e abilmente) ad imporre all’opinione pubblica quei rimedi percepiti come impopolari e coercitivi, diversamente da un governo eletto democraticamente, che è più sensibile alla volontà di estendere o, in ogni caso, mantenere la base del consenso elettorale.

L’arroganza e la spregiudicatezza del capitale finanziario sono tendenze apertamente ostili alle istanze di partecipazione e democrazia rivendicate dal basso, ed oppongono un baluardo insormontabile che ostacola ed impedisce l’esercizio della sovranità popolare.

Si riconferma l’antitesi assolutamente insanabile che esiste tra i mercati azionari, da un lato, che rispondono solo alla ferrea, spietata e disumana legge del plusvalore, e le regole o i valori essenziali di ogni forma di convivenza civile e democratica, dall’altro. Si tratta di una situazione di inconciliabilità conflittuale e di irriducibile contrapposizione, intrinseca alla natura autentica e all’origine stessa del capitalismo, inteso tout-court.


.