lunedì 14 marzo 2011

Se le case sono brutte ...


Scritto da Antonio Fiamingo Francesco Mangialavori il 7, mar 2011 in Ambiente e Territorio
Se le case sono brutte…

«… si sono messi fervidamente al lavoro e, bisogna riconoscerlo, hanno sbagliato quasi tutto. É sorprendente come siano riusciti, in un tempo tutto sommato neanche tanto lungo, a rovinare bellissimi paesaggi con brutte costruzioni… per cui succede che molti di coloro che deturpano paesaggi con costruzioni orribili sono intimamente convinti di abbellirlo con capolavori architettonici. Contro queste forze ancorché preponderanti si potrebbe combattere. Il guaio grosso è che il calabrese è mosso da un irrefrenabile stimolo di autodistruzione che, per quanto riguarda l’ecologia, ha le sue radici in un senso di inferiorità collettiva. I calabresi sono i primi a non credere alla bellezza e all’altezza della loro civiltà, che è una civiltà contadina. Per essi la civiltà contadina è simbolo di miseria, di scarso cibo e di molte malattie, di disprezzo, vero o supposto, da parte di altre popolazioni economicamente e tecnicamente più progredite. É comprensibile, quindi, che essi vogliano cancellare le vestigia di tale civiltà… L’antica civiltà contadina, che si era tenuta in piedi sugli stenti, è crollata di colpo: al suo posto non è nata alcun’altra civiltà, è rimasto un vuoto di valori le cui manifestazioni visibili, sono, a dir poco, incivili… Ora, la civiltà contadina era sì miseria… ma era anche grandissima onestà e nobiltà d’animo popolare, quasi una sacralità che la gente povera esprimeva nel parlare, nel gestire, nel coltivare un campo, nel costruire un muro o una casa. I risultati di quella civiltà, sia nel fare che nel preservare, erano arrivati fino a noi: un patrimonio proprio come capitale, la povertà degli antenati che finalmente diventava ricchezza per i posteri, preziosa materia prima, in quantità incredibile… I calabresi si sono messi con grande energia e determinazione a distruggerla. In questo sono infaticabili e, a modo loro, geniali». (da “La ricchezza della povertà” di Giuseppe Berto)

Difficile dirlo meglio, Giuseppe Berto aveva talento da vendere. Descrivere la mentalità calabrese contemporanea e allo stesso tempo sia le sue cause sia i suoi effetti è un esercizio intellettuale di non poco conto. A nostro modo di vedere, quello che Berto nel 1972 scriveva sulla civiltà contadina è oggi più attuale che mai perché “purtroppamente” ancora non compiuto nel suo disegno scellerato, guidato da una folta schiera di Cetto La Qualunque in rappresentanza popolare. E, forse ancor più grave, con l’approvazione di un “cettismo” generale latente nella popolazione calabrese. Sulla stessa linea dello scrittore di Mogliano Veneto, Laura Aprati racconta su strozzatecitutti.info che una volta un costruttore le disse: “quando arrivi in un territorio guarda le case, come sono costruite, cosa hanno intorno. Sono la fotografia economica e sociale della gente che lo vive”, e continua scrivendo che “basta entrare in alcuni paesi calabresi e vedere gli scheletri delle case, l’abusivismo dilagante, i teli di plastica alle finestre. Sono l’istantanea di una regione ferita nel suo profondo, nella dignità e nel fisico”.Abbiamo fatto un giro veloce in macchina per i paesini del “Giardino di Proserpina”, la parte della provincia di Vibo Valentia che dalla fine dell’altopiano del Monte Poro si affaccia lungo la Costa degli Dei, tra Pizzo a Nicotera. Volevamo documentare con delle fotografie l’assoluta mancanza di qualsiasi tipo di criterio estetico, paesaggistico, ambientale, cromatico, storico/architettonico, di conservazione dei beni culturali, nella costruzione degli edifici urbani. L’intenzione era mostrare ciò che Berto aveva descritto così bene. Inoltre volevamo verificare se nei loro piani regolatori gli amministratori locali avessero inserito dei regolamenti che vincolassero al rispetto di norme estetiche per la tutela del patrimonio paesaggistico o perlomeno al decoro urbano (dimensionamento, discipline del colore, vincoli in materia di restauro, valorizzazione dei centri storici, ecc.). Il nostro giro in macchina è stato talmente illuminante che bisognerà scrivere e soprattutto vedere e fotografare ancora molto altro. Anche perché si sa che le cose che abbiamo sotto gli occhi sono le più difficili da vedere, da notare, perché sono familiari, abituali, scontate, a cui siamo persino indifferenti… soprattutto quando rivelano nostre profonde lacune e sofferenze, così ben radicate e stagionate da apparire immutabili e inevitabili. Tuttavia, quello che ci differenzia dal pensiero dominante è l’impossibilità di credere che il marcio sia prestabilito, che il brutto sia immutabile e che questa nostra stramaledetta Calabria non si possa rivoluzionare in meglio. A noi sembra che i calabresi debbano fare uno sforzo culturale e smetterla di pensare che case gigantesche e mai finite siano in qualche modo la rivincita su una storia di miseria e disprezzo subìto. Noi pensiamo che bisogna tornare al “bello”, al “piccolo” e a quel genere di architettura che ci appartiene, che s’incastona alla perfezione nei nostri meravigliosi paesaggi collinari e marittimi, espressione di una tutt’altro che povera cultura del passato ricca invece di dignità e umile lavoro. Un passato, il nostro, che in realtà deve diventare presente nelle sue positività, in un contesto di valorizzazione di una Terra bisognosa di quell’attenzione che merita anche solo per la sua intrinseca bellezza che ci ha donato. D’altro canto è ormai necessario che le amministrazioni locali si facciano promotrici e guide in questo percorso di rinascita architettonico-urbanistica predisponendo regolamenti vincolanti che migliorino il volto dei nostri paesi. Solo in questo modo, il fascino di molte aree interne oggi ancora poco conosciute e considerate verrebbe alla luce, e vivrebbe anche del turismo dovuto alla bellezza delle zone costiere calabresi, in una varietà paesaggistica forse unica nel panorama italiano. Da cosa nasce cosa. O no?

mercoledì 9 marzo 2011

Scrivi Politica leggi Abuso !!


Tutti abbiamo un fratello che cerca un lavoro e non lo trova. Una cugina infermiera che vorrebbe essere trasferita da un ospedale all’altro. Un amico di famiglia che vorrebbe diventare capufficio. L’avvocato iscritto allo stesso club che vorrebbe qualche pratica legale di un ente importante. L’imprenditore che vorrebbe qualche appalto. Il condomino che vorrebbe la consulenza. Tutti sono convinti che ci vuole la chiave politica per ottenerlo, spetti o non spetti. Anzi sono un po’ rassegnati a non riuscirci, un po’ alla caccia del modo per riuscirci. Trovandosi spesso, se la chiave non è giusta, davanti al muro edificante della politica che risponde: noi non facciamo favori, noi siamo per la legalità, per noi vale il merito, noi siamo persone corrette. E per favore: noi non facciamo telefonate, né, vi prego, vorremmo riceverne.

IO DO A TE, TU DAI A ME - Sarebbe bello così. E magari qualche anima pia ci crede anche. Poi spuntano le intercettazioni di una qualsiasi delle ultime inchieste giudiziarie sulla politica e sulla pubblica amministrazione, e si capisce puntualmente tutto il contrario. Magari non reati. O reati che, se lo sono, saranno accertati dopo tanto di quel tempo che nessuno se ne ricorderà più. Ma comportamenti tali da far venire il disgusto per la politica, da far arrivare alla spiccia conclusione che è tutto uno schifo, la prossima volta non vado neanche a votare. Ora non vengano fuori i soliti professionisti del distinguo: sono casi isolati, nessuno si permetta di parlare di sistema. Non vengano fuori i soliti professionisti dell’accusa di qualunquismo per chiunque li scopre con le mani nella marmellata.

E’ un sistema. Perché stranamente compare ovunque si vada a togliere il coperchio. E che forse non viola la legge dei codici ma di sicuro viola la legge della morale. Anzi non della morale, che non frega più niente a nessuno, ma della decenza. Anzi non della decenza, che meno che mai frega niente a nessuno, ma della dignità, se riesce a smuovere ancòra qualcuno. Fare del proprio potere, anzi della propria funzione non un servizio alla comunità ma un servizio ai parenti, ai conoscenti, al compagno di partito, a chi ha dato i voti, a chi potrebbe darli. E tutto con soldi pubblici, cioè i soldi di tutti, compresi quelli che vorrebbero pulizia e ritrovano marciume. Il sistema è sistema perché c’è una perfetta contabilità del dare e dell’avere: io oggi chiedo e ottengo da te, tu domani chiedi e ottieni da me. Un circolo chiuso, una rete che diventa la normalità. Questa la scoperta più impressionante: la normalità del comportamento. Così diffuso da ritenere che nessuno si ponga il problema se sia giusto o no. Appena si è eletti o si entra in carica scatta il delirio di onnipotenza e di impunità. Il diritto ad abusarne. Ad arricchirsi. A fare il comodo proprio. A prendere tutto sùbito. A piazzare qui e là chi si vuole. A sollecitare la delibera. Ad accelerare la pratica. A spingere la decisione. A sensibilizzare chi non ci sta e potrebbe mettersi di traverso, fare il fanatico. A far girare di qui e lì sempre i soliti noti, il mestiere della politica per chi spesso non ha mai avuto un mestiere. E con la politica che si infila anche dove non c’entra un fico.

L’INCOMPETENZA AL POTERE - Così la politica ti nomina il primario ospedaliero senza capire un’acca di bisturi ma capendo molto di clientelismo. Così la politica ti nomina il presidente della municipalizzata che non capisce un’acca né di bus né di igiene urbana. Così la politica ti piazza nel consiglio di amministrazione senza che ne capisci un’acca di bilanci. Così la politica ti sistema nel consiglio direttivo della banca senza che ne capisci un’acca di conti correnti. Così la politica ti affibbia una protesi al ginocchio che ti farà camminare peggio. Non il diritto ma l’abuso, non la competenza ma l’incompetenza al potere. Con i risultati sotto gli occhi di tutti: disservizio, inefficienza, cattiva amministrazione, sprechi.

Questa politica sembra un grande ufficio di collocamento, un supermercato di qualifiche e di assunzioni, di promozioni e di incarichi, di assegnazioni di lavori e di attribuzioni di fondi. Un maxi-rigurgito di ingordigia. La politica del non ti preoccupare ci penso io, del faccio io un intervento, del dammi qualche giorno e risolviamo. Sarà lo sfogo di un cittadino di cattivo umore e che esagera. Ma è ciò che quel cittadino che non si arrende al peggio pensa leggendo, per esempio, del perenne scandalo della sanità in Puglia.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 5 Marzo 2011

martedì 22 febbraio 2011

Roberto Benigni e le "dimenticanze" sull'Unità d'Italia

Di Gennaro Limite
Prima di qualsiasi riflessione sul lungo monologo-esegesi sull'Unità d'Italia e sull'inno di Mameli con il quale Roberto Benigni ha intrattenuto i telespettatori e gli ospiti del Festival di Sanremo, è doverosa una precisazione: chi scrive ha in corpo quel "sano patriottisimo gioioso" del quale ha parlato con grande trasporto e sincerità il grande comico toscano; chi scrive non crede e mai crederà nella divisione del Bel Paese; chi scrive non si lascia tentare da nostalgie borboniche e filo-monarchiche alla "w o' re".
La critica alla critica benignana, dunque, parte esclusivamente dal desiderio sempre più forte di vedere finalmente riemersa una verità storica che proprio da 150 anni viene sommersa da tonnellate di menzogne, favole raccontate dai vincitori ed insulti perpetui e sfacciati alle vittime di un'Unità che è stata, come ogni processo di unificazione nazionale, violenta e per nulla romantica e repentina.
Del resto, anche senza nutrire particolari simpatie per la casa Borbonica, vederla descritta come una sorta di cancro salvificamente ed altruisticamente estirpato dalla venuta dei Savoia, risulta ingiusto e gravissimo soprattutto per i milioni di meridionali uccisi non certo per essere "liberati" dall'oppressore borbonico, ma, al contrario, per subire una vera e propria colonizzazione ed un durissimo e barbarico regime volto esclusivamente ad assorbire più risorse possibili ed a risucchiare le ricchezze di un territorio che non è nato povero come la retorica didattica dilagante vuole lasciar credere.
Non si comprende, infatti, la descrizione eroica ed appunto romanzata di personaggi sicuramente controversi come Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso conte di Cavour. Così come non si comprende il motivo della "beatificazione leggendaria" di quella marcia dei 1000 che di eroico ebbe poco o nulla e di furfantesco-fortunoso moltissimo. Eppure, le verità (scomode) sull'Unità d'Italia dovrebbero essere oramai stranote a personaggi del calibro di Benigni e dovrebbero trovare finalmente spazio anche sulla tv nazionale. Se Unità fraterna, profonda, reale e trasparente deve essere, allora occore sapere cosa è sul serio accaduto per ottenere quella farlocca che ci ritroviamo oggi. Non per dividere; non per creare ulteriori atomismi in un paese già "geneticamente" frammentato in ridicole e miopi lotte identitarie aggrappate al passato e terrorizzate dal presente e dal futuro; non per fomentare sentimenti scissionisti o di vendetta nei confronti dei pronipoti di quei soldati settentrionali che massacrarono le popolazioni del Sud. Ogni vera nazione matura, però, ha dovuto trovare il coraggio e la forza di guardare negli occhi la violenza del proprio passato e delle proprie lotte intestine. La guerra fratricida, piaccia o no, fa difatti parte della storia dell'uomo fin dalle origini.
Tanto per citare uno dei casi più eclatanti ed eloquenti, basta ricordare che anche gli americani hanno lottato duramente prima per la propria indipendenza dalla corona britannica e, successivamente anche tra loro durante la guerra di secessione. Ai bimbi statunitensi, però, non si insegna una storia romanzata e fuorviante ma si presenta fin da subito la cruda realtà e le sanguinose lotte che i patrioti hanno condotto per dar vita a quella che resta ancora la potenzia mondiale. Benigni avrebbe forse potuto tentare una mossa incredibilmente ardita che comunque lo avrebbe inscritto per sempre nelle memorie di questo travagliato paese: parlare della vera Unità italiana per combatterne l'appiccicamento posticcio di etichette e storie da osteria brianzola imposto da 150 anni ad una nazione che ha giustamente definito "minorenne". Avrebbe ad esempio potuto dire che senza rinascita del Sud la penisola non ha speranze di sopravvivere alle sfide del mondo globale. Avrebbe potuto ricordare che sapere quanto il Regno delle Due Sicilie fosse stato grande, non serve per rievocarlo o per trovare giustificazioni ed intonare lagne vittimistiche ma, al contrario, per ricordare a chi è nato nel Mezzogiorno che ha tutte le possibilità per essere di nuovo "potente".
Avrebbe poi potuto ricordarsi di Cialdini, degli eccidi nei villaggi meridionali, del glorioso (e depredato) Banco di Napoli, della distrutta industria navale e tessile dei Borbone; dei primati incontestabili del loro regno. Non lo ha fatto ed ha scelto un buonismo unitario di eccelsa qualità per contrastare la misera e populistica retorica secessionista della Lega Nord. Il risultato è stato buono per la "massa" ma sicuramente monco per chi, da grandi uomini come l'artista toscano che ci rende onore nel mondo, si aspetta cose altrettanti grandi e slanci coraggiosi.
La polemica infinita su quei 250.000 euro che sarebbero frutto di un compenso troppo generoso, in ultimo, non fa altro che confermare per l'ennesima volta l'incredibile, imbarazzante, ipocrita e quasi grottesca retorica di una destra già umiliata ed umiliante ai tempi di Indro Montanelli ed oggi definitivamente destinata, come del resto la sedicente sinistra, ad un moralismo ad personam che si dimostra sempre più incapace di trovare contatto con una moralità diffusa, forte e credibile.

IL VERO RISORGIMENTO ITALIANO RACCONTATO DAI GRANDI
Del resto, come tutti i più informati sanno, sono innumerevoli gli storici e gli intellettuali che nel corso degli anni hanno tentato di far emergere la verità storica sul Risorgimento italiano. Di seguito, per aiutare anche i lettori più assuefatti alla propaganda retorica dei vincitori, ci permettiamo di citare Indro Montanelli, Antonio Gramsci ed addirittura lo stesso conte di Cavour

"La guerra contro il brigantaggio, insorto contro lo Stato unitario, costò più morti di tutti quelli del Risorgimento. Abbiamo sempre vissuto su dei falsi: il falso del Risorgimento che assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola!"
Indro Montanelli

"Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti".
Antonio Gramsci

"Come ha potuto solo per un momento uno spirito fine come il tuo, credere che noi vogliamo che il Re di Napoli conceda la Costituzione. Quello che noi vogliamo e che faremo è impadronirci dei suoi Stati"
Camillo Benso conte di Cavour (all’ambasciatore Ruggero Gabaleone)

"Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esser preso a sassate, essendo colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio".
Giuseppe Garibaldi

E dunque, perchè continuare a voler forzare un sentimento unitario raccontando fiabesche e spudorate menzogne e soprendersi per il fatto che quest'ultimo è appunto poco spontaneo e sentito dalla popolazione? Com'è possibile che anche Benigni abbia accettato di farsi portatore di una mole così schiacciante di falsità ed omissioni? E com'è possibile che molti sedicenti italiani sia così allergici a ridiscutere le proprie errate convinzioni? Tutti dilemmi tipici di un paese adolescente popolato da ingenui presuntuosi e governato da cinici ed avidi ottuagenari.

Fonte:Julienews

sabato 19 febbraio 2011

FEDERALISMO FISCALE 2011/ L'inghippo dei fabbisogni standard per festeggiare la fine dell'Unità d'Italia


di Ferdinando Imposimato - La Voce delle Voci

federalismo_fiscale_2011Nel 150° anniversario dell'Unita' d'Italia, mentre la pubblica opinione e' distratta dagli scandali che coinvolgono il premier e umiliano il Paese, si sta verificando paradossalmente laspaccatura in due dell'Italia per effetto della riforma federale. La riforma fiscale, che fu sostenuta da quasi tutto il Parlamento, sembra una trappola per molti ignari cittadini. Il terzo decreto attuativo attribuisce a Sose spa (insieme a Istat e Ragioneria dello Stato)il compito di fissare i fabbisogni standard degli enti locali nelle loro funzioni fondamentali.

La questione dei fabbisogni e' laarchitrave del federalismo fiscale. Dalla loro determinazione dipendera' la tutela dei diritti sociali. E' assurdo che il decreto sottragga al Parlamento e deleghi ad una spa e all'Istat l'individuazione dei fabbisogni e dei livelli delle prestazioni concernenti i diritti sociali dei cittadini: alla scuola, alla salute, al lavoro. Con la violazione del dovere di solidarieta' sociale (articolo 2 della Costituzione), a scapito degli enti locali delle aree piu' deboli.

Non solo. Giorgio Guerrini, neo presidente di Rete Imprese Italia, che raggruppa due milioni di piccoli imprenditori, lancia l'allarme. In un'intervista all'Ansa adombra il rischio - per noi e' una certezza - che il federalismo si traduca in un aggravarsi della pressione tributaria per tutti i cittadini. I decreti produrranno un aumento dell'imposizione fiscale a livello locale. In Italia, secondo i dati dell'ultimo documentoOcse, il rapporto fra tasse locali e prodotto interno lordo e' passato dal 2,9 per cento del 1990 al 16,1 del 2008, contro una media europea del 12,4 per cento. I calcoli diffusi dalla Cgia di Mestre confermano che i cittadini italiani pagano un prezzo alto al fisco locale: 1233 euro a testa. E la dilatazione delle assunzioni clientelari si trasforma in un ulteriore aggravio fiscale per gli esangui contribuenti italiani. Roma e' ai primi posti fra i comuni piu' tartassati dai tributi locali. Ma il federalismo fiscale consentira' ai comuni anche di sbloccare quest'anno le addizionali Irpef ferme al 2008. E le Regioni potranno portare dal 2015 l'addizionale dall'attuale 1,4 per cento al 3 per cento per i redditi sopra i 28.000 euro. Possibilita' di aumento anche per l'Irap, su cui le Regioni avranno ampi spazi di manovra.

PAESE SPACCATO
Intanto il distacco del Nord dal resto dell'Italia sta avvenendo in modo irreversibile. Il primo colpo, e' bene ricordarlo, venne dalla riforma del Titolo V dellaCostituzione, che attribui' alle Regioni competenza legislativa concorrente con lo Stato in materie come rapporti internazionali con l'UE, lavoro, istruzione e sanita'. Una vera follia! I risultati della legislazione concorrente in materia di istruzione si sono visti con lo spettacolo desolante del comune di Adro, il cui sindaco leghista ha preso iniziative razzistiche e lesive della unita' nazionale. A parte la bandiera della Lega nella scuola, egli ha deciso che «se il genitore non paga, l'alunno non mangia a scuola e se ne torna a casa».

Una misura che colpisce gli immigrati e i senza reddito, anche se bravi a scuola. E a questa decisione Bossi, Berlusconi e soci hanno reagito con un'alzata di spalle. Come hanno fatto dopo l'inaugurazione della scuola, tappezzata di emblemi leghisti e intitolata ad un fondatore della Lega Nord senza consultare l'autorita' scolastica locale. Bandita, inoltre, la bandiera italiana, per sottolineare la prevalenza dell'identita' locale su quella nazionale. L'ultimo episodio di queste scelte dissennate e' il divieto di alternativa al “menu padano” per gli scolari. Solo un analfabeta come Umberto Bossi poteva ispirare una simile cretinata, che danneggia i meno abbienti. A Lazzate, in Brianza, (Lazzza'a comune della Padania, si legge sul cartello) le strisce pedonali sono verdi e le vie si chiamano Pontida, Padania, Carroccio, Sole delle Alpi e roba del genere. La locale osteria ha preso l'impegno con il comune che per vent'anni non puo' servire pizza ne' couscous, ma solo cucina lombarda. Episodi che indicano una strategia politica precisa che va verso secessione e barbarie.

La modifica del titolo V, voluta da De Mita, D'Alema e da Giuliano Amato, subi' nel 2004 le critiche di Giuliano Vassalli. Che espresse «antipatia profonda per la riforma del 2001 del centrosinistra», parlando di «manovra elettoralistica varata, con scarsa maggioranza, a favore del federalismo». Vassalli auspico' di «rinvigorire la legislazione esclusiva dello Stato su materie su cui la competenza non e' frammentabile».

Altrettanto critico fu il giudizio dell'allora onorevole Giorgio Napolitano che, chiamato in causa per avere promosso la commissione De Mita, cui subentro' poi D'Alema, ammise di voler «rafforzare i poteri del primo ministro», ma trovo' «orripilante» la nuova formulazione dell'articolo 117. Non meno feroce la critica del costituzionalista Mauro Ferri, che osservo': «quando la Costituzione cominciava a funzionare, si e' cominciato a volerla cambiare con le varie commissioni. (...) Dellabicamerale D'Alema meglio non parlare, meglio non esprimere giudizi su cio' che usci' fuori da quella bicamerale, “tra cui il famigerato premierato, che poi per fortuna cadde”, e il famigerato titolo V del 2001». Sulla stessa linea un altro costituzionalista, Augusto Barbera: «la riforma del titolo V ha gia' prodotto non pochi danni alla governabilita' del Paese».

Nonostante queste critiche aspre e il contenzioso Stato-Regioni che sommerge la Corte, Giuliano Amato ha dichiarato il 14 gennaio scorso, dinanzi all'Accademia dei Lincei, che «la svolta federale in atto servira' a superare l'incompiutezza della unificazione italiana». Un trasformista, Amato, braccio destro di Craxi, che mira alla presidenza della repubblica con l'appoggio del centrodestra e di Bossi. Il federalismo accettabile e' solo quello solidale. Convinti, con Ciampi, che «per diffondere in Europa un generale benessere, maggiore giustizia sociale, un piu' alto livello di democrazia», il federalismo richiede «cultura politica, accresciuto impegno civile di amministrati ed amministratori, nuovo patriottismo regionale, nazionale ed europeo».

Ma Carlo Azeglio Ciampi riconobbe che la nascita delle Regioni era stata una delusione: non avevano saputo evitare «costosi doppioni», una «proliferazione burocratica, dannosa per lo sviluppo di ogni regione» e - io aggiungo - la crescita di corruzione e crimine organizzato. La mafia continua a gestire le risorse destinate alle regioni provenienti dallo Stato e dall'UE , come confermano Commissione Antimafia e DNA.

IL SENATUR FEDERALE
Parlando del federalismo non dimentichiamo che Bossi e premier mirano allo stravolgimento della Costituzione, gia' tentato nel 2005 con Senato Federale, Corte Costituzionale e federalismo fiscale. Il senato Federale, approvato dal Parlamento nel 2005, fu bocciato dal referendum popolare. Giuliano Vassalli ammoni' che esso realizzava il predominio del Senato federale sulla Camera ed era «un istituto ibrido, incomprensibile in piu' punti». La Lega vuole infatti un Senato federale con poteri piu' ampi di quelli della Camera. E il potere di eleggere 4 membri della Corte Costituzionale, mentre alla Camera ne resterebbero solo 3, (oggi ne spettano cinque al Parlamento in seduta comune).

Con l'aumento delle toghe di nomina politica, la Consulta non sarebbe il giudice imparziale delle leggi, ma un organo della maggioranza. E dunque non in grado di dichiarare la incostituzionalita' delle leggi approvate dalle maggioranze di centrodestra e di centrosinistra, a partire dal lodo Alfano. Al Senato spetterebbe un groviglio di competenze, tra cui un potere di veto sui rapporti internazionali, tutela e sicurezza sul lavoro, istruzione, ricerca scientifica e tecnologica, salute, finanza pubblica e sistema tributario. Un guazzabuglio che porterebbe alla paralisi del Parlamento ed alla disgregazione del Paese. Farraginoso era poi il sistema escogitato dalla Lega per disciplinare i rapporti tra Camera e Senato federale nella formazione delle leggi. Una riforma, dunque, fatta per aumentare i conflitti. In realta' la Lega tende alla secessione morbida del Nord dal resto dell'Italia.

Una conferma dell'incidenza negativa del federalismo sullo sviluppo viene dalla Corte dei Conti: i magistrati contabili hanno denunciato, nel 2009 e 2010, che la corruzione dilaga, essendo divenuta una tassa immorale ed occulta, pagata dai cittadini, pari a 50-60 miliardi di euro all'anno. «Un fenomeno che ostacola, al Sud, gli investimenti esteri». Nella classifica della corruzione, tra le prime cinque regioni - afferma la Corte - quattro sono del sud: Sicilia (13% del totale delle denunce), Campania (11,46%), Puglia (9,44), Calabria (8,19) preceduta dalla Lombardia con il 9,39 del totale delle denunce. A cio' si aggiunge l'aumento della spesa corrente del 4,5% (stipendi e pensioni): un costo insopportabile per la collettivita'.

D'altra parte, guardando ad Adro e Lazzate, capiamo che il federalismo tende a proteggere gli interessi particolari della Lega contro quelli dei cittadini delle altre regioni d'Italia e contro gli stranieri. E ad intaccare settori vitali. La scuola non sara' piu' luogo del confronto pluralistico fra giovani di diverse culture, etnie e religioni, ma quello in cui la formazione si frantumera' nelle varie regioni a seconda delle diversita' religiose ed etniche, con il vanificarsi della speranza di costruire una comune cittadinanza democratica, secondo i principi di solidarieta' e tolleranza.

Nella sanita' saranno avvantaggiate le Regioni piu' ricche rispetto a quelle piu' povere, meno garantite rispetto ad un bene primario quale e' il diritto alla salute. Cio' lederebbe l'idea unitaria dello Stato, pensata dai padri costituenti quale «forma fondamentale di solidarieta' umana». Il parlamento nazionale, che legifera su diritti e liberta' fondamentali dei cittadini, sul lavoro, sulla indipendenza dei magistrati, sul pluralismo della informazione, sui sistemi elettorali e sui conflitti di interesse, perderebbe la sua centralita' e la sua liberta'. Il solo effetto positivo dello scandalo che travolge il premier Silvio Berlusconi e' - speriamo - l'affossamento del federalismo.

Tratto da La Voce delle Voci di Febbraio 2011

Fonte: L'Infiltrato

martedì 15 febbraio 2011

Scopelliti Bravo 7+


Mentre tutti gli Italiani vorrebbero un parlamento costituito da deputati e senatori eletti con il voto di preferenza e non come è oggi nominati dalle segreterie dei partiti attraverso liste bloccate, spesso non per qualità e professionalità, ma per clientelismo,nepotismo,affarismo,escortismo,oppure se indicato e consigliato (sigh) dal compare di turno. Il nostro presidente Scopelliti,alcuni giorni fa,ha partorito la grande idea democratica,di introdurre le liste bloccate ed eliminare le preferenze anche in Calabria. "Con le liste bloccate -ha spiegato nell'intervista il Governatore- si responsabilizzano i partiti, in questo caso le segreterie regionali, si abbatte il meccanismo della rincorsa del consenso a ogni costo e si chiudono le porte in faccia ai singoli imbecilli che a ogni elezione producono accordi criminali e clientelari con la ‘ndrangheta.
Io credo di non aver capito bene !e mi chiedo: se fosse così come afferma il governatore, sarebbe molto più facile per i partiti produrre accordi criminali e clientelari con la 'ndrangheta' in quanto verrebbero posizionati capolista con la certezza di essere eletti, gli uomini d’onore tanto temuti da Scopelliti mentre sicuramente chiuderebbe la porta in faccia solo agli imbecilli come me che ancora credono nella democrazia ! Tutto ciò mi sembra incomprensibile e comunque mi adeguo ! Tuttavia caro Scopelliti ,con questa idea geniale,ti sei guadagnato un Bravo 7+ !!!

Remigio Raimondi
-Orgoglio Meridionale-

domenica 6 febbraio 2011

Federalismo !Le sette bugie a danno del Sud !!

di LINO PATRUNO

Il pareggio in Commissione significa che mezza Italia vuole il federalismo e mezza no. Mezzo Paese può fare una riforma del genere contro l’altro mezzo? Una riforma che è un nuovo Risorgimento, un’altra Italia 150 anni dopo? E si può farla come allora, con mezza Italia che conquista l’altra e l’assoggetta? E si possono ripetere tutte le belle conseguenze che ancòra oggi subiamo? Si può condizionare il domani con una riforma che non sia quanto più condivisa possibile? E come si comporterebbero dopo le due Italie una verso l’altra? E si può dividere l’Italia proprio mentre si celebra il compleanno della sua Unità? E può diventare il federalismo un mercato arabo in cui ciascuno tenta di strappare quanto più possibile a danno degli altri? E come funzionerebbe un siffatto nuovo Paese, cioè una Repubblica fondata sul colpo di mano?

Vedremo cosa succederà ora, voto non voto e dintorni. Il direttore De Tomaso ha spiegato ieri perché questo federalismo è un futuro peggiore del passato. Essenziale è però sapere che il Sud non teme il . Ma teme un nuovo Risorgimento tradito. E soprattutto respinge le bugie sulle quali il Nord della Lega vuole imporglielo. Senza le bugie, si può discutere quanto si vuole.

Anzitutto, non è vero che il Sud non sa utilizzare i soldi a sua disposizione. Questi soldi sono i Fas (Fondo aree sottoutilizzate) e i Fondi europei. I Fas li gestisce il governo: se sono stati inutilizzati, utilizzati male, utilizzati non per il Sud, prego rivolgersi allo stesso governo. I fondi europei sono a compartecipazione dei privati e dello Stato. Quindi per i progetti occorre una quota dei privati e una dello Stato. Questa molto spesso è mancata, o ha ritardato fino a far perdere il finanziamento. Se a utilizzarli male sono state le Regioni, vedere quante volte non si sono aggiunti alla spesa ordinaria dello Stato (quella fatta sia al Nord che al Sud) ma l’hanno dovuta sostituire. E quanto agli sprechi, che pure ci sono, prego controllare l’aumento continuo della spesa pubblica da parte di quello stesso Stato che bacchetta il Sud.

Due. Non è vero che tanti soldi passano dal Nord al Sud, quindi . E’ vero che ogni anno 50 miliardi scendono dal Nord al Sud, ma non da un territorio all’altro, bensì da chi più può a chi meno può: come in tutti gli Stati civili moderni. Passano anche dall’industriale all’operaio lombardo (sempre che l’industriale dichiari più dell’operaio). Ma poi la Banca d’Italia rivela che ogni anno tornano dal Sud al Nord 70 miliardi per prodotti e servizi del Nord acquistati dai meridionali. Quindi Sud in credito di 20 miliardi l’anno.

Tre. Non è vero che il federalismo fiscale costringa alla responsabilità: chi spende male e troppo, è giudicato dai suoi cittadini e non più rieletto. Un sindaco può spendere male al secondo mandato quando non è rieleggibile e quindi fregarsene. Ma due capisaldi del federalismo municipale sono la tassa sulla seconda casa e la tassa di soggiorno. La seconda casa ce l’ha in genere chi viene da fuori. E anche la tassa di soggiorno la paga il non residente. Entrambi cioè non votano lì. E quanto alla responsabilità, una cosa è sprecare, un’altra è dover spendere se troppe sono le necessità della gente, come normalmente avviene al Sud. E infine in Italia non si è mai visto (purtroppo) nessuno cacciato per eccesso di spesa più che di risparmio.

Quattro. Non è vero che il federalismo non farà aumentare le tasse e la spesa. Con meno di fondi da parte dello Stato, i Comuni dovranno aumentare le loro tasse. Però lo Stato dovrebbe diminuire le sue. Ma chi pagherà i 70 miliardi l’anno di soli interessi sul debito pubblico? E come potrà rinunciare a parte delle sue entrate uno Stato schiacciato dal peso di due Camere uguali, di quattro Polizie, delle Province, di un numero infinito di Authority (dalla concorrenza alla trasparenza), di quattro sistemi giudiziari (civile, penale, Tar, Consiglio di Stato), di migliaia di enti inutili, delle casse integrazione, del buco pensionistico? E quanti dipendenti pubblici passeranno dallo Stato alle Regioni e ai Comuni, distribuendo le funzioni invece di raddoppiarle?

Cinque. Non è vero che il divario fra Sud e Nord ( meno 33% di reddito, meno 30% di infrastrutture, il triplo della disoccupazione) potrà essere compensato dal fondo di perequazione. Nessuno ha finora saputo di quanto sarà. E se la perequazione non ha funzionato finora, figuriamoci dopo. Nessuno conosce neanche quanti saranno gli investimenti in infrastrutture al Sud. E il federalismo fiscale non può partire da basi così diseguali, i ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Sei. Non è vero che lo Stato spenda più al Sud. E che se il Sud nonostante questo non è cresciuto, sono problemi suoi ma ora basta. Cliccare su Internet, ministero di Tremonti: spesa dello Stato più al Nord che al Sud, cioè l’anti-perequazione. E dal governo Amato in poi, mai rispettata la percentuale stabilita del 45% della spesa al Sud, non andata oltre il 36-37 per cento.

Sette. Non è vero che i sono il mezzo per evitare che una siringa costi 5 in Lombardia e 10 al Sud. I costi li fa il mercato. E possono dipendere dalla quantità di siringhe acquistate, dai fornitori, dal sistema di pagamento, dall’efficienza dei trasporti. Se ci sono abusi, li giudica la magistratura non un piano di tipo sovietico che fissa i prezzi per tutti.

Sette. Detto questo, non è vero che il federalismo fiscale risolverebbe tutti i problemi italiani. Risolverebbe al massimo quelli del Nord. Appunto.

Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno

mercoledì 26 gennaio 2011

Cassa del Mezzogiorno, finanziava davvero il meridione?

Di Carlo Napoli

Era il 17 marzo 1861, quando “per grazia di Dio e volontà della nazione” Vittorio Emanuele II di Savoia venne proclamato re d’Italia, completando il processo di unificazione nazionale. Tanto è stato detto su questa data, tanto si è scritto, tanto si è discusso sui reali motivi dell’unità, sulla reale supremazia sabauda, sui reali fini dei “Padri della Patria”. Non vuol essere mio intento, in questa sede, effettuare una disamina storica dei fatti, difforme da quanto ingiustamente inculcatoci durante la scuola dell’obbligo. Ottimi autori, quali Pino Aprile, Gigi di Fiore, Antonio Ciano e tanti altri, hanno lungamente e puntualmente dissertato sul “contro risorgimento”, portando al grande pubblico fatti ed eventi, riletti in ottica revisionista, ponendo l’accento su quanto non scritto e quanto non ricordato dai vincitori (che ovviamente hanno l’onere e l’onore di scrivere e trasmettere ai posteri la storia).

L’Italia è una, unica, indivisibile, è la mia patria, è la terra rappresentata in musica dall’inno nazionale di Goffredo Mameli, nel quale, tra l’altro, in un passaggio, nella seconda strofa, si legge:”…raccolgaci un’unica Bandiera; una speme…”., richiamandoci così all’unità nazionale sotto un solo simbolo: il Tricolore italiano. Bandiera gloriosa, dagli antichi natali, sancita dalla costituzione (art..12), tutelata dal codice penale (art. 292) e troppo spesso vilipesa da aizza popolo, qualunquisti, costretti ad inventarsi una terra geograficamente e storicamente inesistente, alla stregua della terra di mezzo di tolkieniana memoria. Con questa premessa, vorrei soffermarmi su quelli che, molto frequentemente ed a vanvera, vengono definiti gli sprechi del Sud, sulle tante opere incompiute, su quanto costa ai laboriosi cittadini del nord (che pagano le tasse) mantenere in piedi questo stato di cose, sul federalismo che finalmente metterà a posto ogni cosa e soprattutto sul concetto che le meridionali cicale sono puntualmente sovvenzionate dalle operose formiche settentrionali. All’Unità del Paese, calò con i piemontesi un tale dott. Lombroso che, dopo aver “studiato” le caratteristiche fisiche dei meridionali, affermò che si era in presenza di una razza inferiore, avendo essi un cranio più tondo ed addirittura una vertebra in meno rispetto alla superiore razza nordista. Purtroppo questa assurdità ancora oggi è presente nel modo di pensare di molti “padani”, unitamente all’altro grande assunto che vuole che al Sud si canti, si balli la tarantella e si passi la vita sdraiati al sole, scroccando sussidi alle casse dello Stato, che essi tanto amorevolmente contribuiscono a rimpinguare pagando le tasse, anche più del dovuto. Per questo motivo, i solerti neoceltici ritengono necessario ed urgente il federalismo, quale primo passo verso la secessione (utopia populista, momentaneamente accantonata per motivi utilitaristici).

Per fare un po’ di chiarezza, sia per noi meridionali che per gli amici del nord, vorrei analizzare alcuni dati inerenti l’utilizzo delle risorse pubbliche. Inizio con la famigerata Cassa del Mezzogiorno, fonte di tanti costi per lo Stato, di tanti guai e di tanto sudore costato a quella fascia di popolazione (celtico/ariana) che lavora. La Cassa ha operato dal 1951 al 1984 quando il governo di Bettino Craxi ne decise la soppressione, anche se continuò ad operare con il nome Agensud, fino al 1993, quando venne definitivamente chiusa dal governo di Giuliano Amato. Gli interventi erano estesi alle sei regioni meridionali, alle isole ed “alle provincie di Latina e di Frosinone, ai comuni della provincia di Rieti già compresi nell’ex circondario di Città ducale, ai comuni compresi nella zona del comprensorio di bonifica del fiume Tronto, ai comuni della provincia di Roma compresi nella zona della bonifica di Latina, all’Isola d’Elba, nonché agli interi territori dei comuni di Isola del Giglio e di Capraia Isola”. Tengo a precisare, questa parte dell’art.1 del Testo unico delle leggi sugli interventi nel Mezzogiorno perché alla Cassa del Mezzogiorno si associano solo le regioni meridionali, e mai i comuni del Piceno o delle province del Lazio!! Con tale legge istitutiva si approvava un “programma quinquennale contenente gli obiettivi generali e specifici dell’intervento straordinario e l’indicazione dei loro effetti sulla occupazione, la produttività ed il reddito” affermando che “lo sviluppo delle Regioni meridionali costituisce obiettivo fondamentale del programma economico nazionale”, l’intento quindi era quello di finanziare opere straordinarie, che dovevano essere funzionali alla formazione di un tessuto infrastrutturale che favorisse l’insediamento dell’industria e lo sviluppo dell’agricoltura e della commercializzazione dei prodotti agricoli nell’Italia meridionale. Ciò, purtroppo, come ben sappiamo, non è avvenuto. Solo nel primo decennio la Cassa ha tentato di ridurre lo squilibrio economico tra le due grandi aree del Paese, dedicandosi al miglioramento della viabilità, alla costruzione di dighe per le centrali idroelettriche, alla costruzione di fognature e acquedotti, non tralasciando il risanamento idrogeologico di zone particolarmente esposte a tale rischio. Successivamente è iniziato il degrado e la bassa qualità della spesa, compresi fenomeni diffusi di illegalità ed il passaggio definitivo alla politica assistenzialistica nella gestione dei fondi di cui veniva dotata la Cassa per il Mezzogiorno. Nel quarantennio di attività, l’investimento complessivo della Cassa per il Sud è stato calcolato in 279.763 miliardi di lire (circa 140 miliardi di euro), con una spesa media annuale di 3,2 miliardi di euro. Cifre molto grosse, ma esaminandole bene si scopre che esse risultano essere circa lo 0,5% del PIL, (corrispondente alla somma annua versata attualmente dall’Italia per gli aiuti ai Paesi del Terzo mondo e sicuramente inferiore al costo del ripianamento del deficit delle Ferrovie dello Stato) contro gli investimenti pubblici al nord che nello stesso periodo assorbivano il 35% del prodotto interno lordo.. Volendo aggiungere al danno la beffa, il Senatore a vita Emilio Colombo scrive: “La Cassa operò per modernizzare il Sud e creò le condizioni per un grande mercato di cui profittò la struttura industriale del Nord pesando sulla ineguale «ragione di scambio» tra industria e agricoltura e quindi tra Nord e Sud e per classi e generazioni”.

La legge del 1950, infatti, prevedeva che gli enti locali potessero evitare la gara dando gli appalti attraverso trattative dirette in concessione, ciò causò, come ricorda Gerardo Marotta, fondatore dell’Istituto per gli Studi filosofici, che poiché al concessionario “era possibile trattenere per sé la maggior parte dei soldi”, accadde che “si precipitarono nel Sud le industrie del Nord, che fecero man bassa per la costruzione delle dighe: ne spuntarono dove erano utili e non dove non lo erano. Venivano a costare anche 100 volte più del dovuto”. Nacquero così negli anni ’60 le cosiddette «cattedrali nel deserto», non utili al Mezzogiorno, ma progettate in funzione dello sviluppo del Nord. Citando il prof. Uccio Barone:”si pensi al centro siderurgico di Taranto che ha prodotto i tubi di ghisa impiegati per la realizzazione del grande gasdotto siberiano, e pagati dai russi con la fornitura a basso prezzo di energia per le regioni settentrionali. Gli stessi poli petrolchimici di Priolo-Melilli, Gela e Milazzo sono risultati funzionali all’autosufficienza energetica del Nord industriale, lasciando alla Sicilia i guasti del dissesto ambientale. Nell’ultimo periodo, infine, la crisi economica mondiale e l’impatto traumatico della globalizzazione hanno dissolto l’azione della Cassa in interventi frantumati di «salvataggio» a sostegno di aree colpite dalla de-industrializzazione”. In uno studio del Fondo Monetario Internazionale si attesta che nell’ultimo periodo di vita della Cassa le imprese che hanno beneficiato dei finanziamenti sono state grandi imprese del nord per l’88,33% e del Sud per il 9,4%. Considerato che il sistema produttivo del sud con l’unità d’Italia è stato distrutto dalla concorrenza delle imprese del nord e dalla politica industriale, monetaria e tributaria piemontese, la Cassa del Mezzogiorno doveva rappresentare la spinta propulsiva per un nuovo sviluppo industriale meridionale. Così non è stato, e la Cassa, invece ha prodotto solamente sprechi che hanno favorito il prosperare della delinquenza, della corruzione, delle mafie, a discapito della stragrande maggioranza di cittadini che ogni giorno onestamente tirano la loro carretta (e pagano anche le tasse) per poi sentirsi anche denigrare da qualche zotico padano. Per questo e per mille altri motivi, al sud, in molti sono in apnea in attesa di qualcuno che porti avanti le istanze meridionali non in chiave territorialista, ma operando un confronto sereno ed aperto con tutte le realtà del Paese continuando a considerare l’Italia unica, senza separatismi, senza contrapposizioni, senza beceri interessi di bottega che possano essere presi in considerazione solamente da chi è “arretrato” non dal punto di vista geografico, ma culturale. E’ giunta l’ora di smetterla con il vittimismo, di dire basta alla ghettizzazione ed alle continue ingiurie operate da schizofrenici meridionalfobici, rivendichiamo il diritto all’uguaglianza, intesa come diritto di tutti noi ad avere le medesime possibilità. Reagiamo compatti, nei confronti di chi attenta all’unità nazionale, evitando di minimizzare gravi vilipendi, derubricandoli a mero folklore o a propaganda fine a se stessa.


Fonte:Generazione Italia