venerdì 15 ottobre 2010

Orgoglio ritrovato ?


Tre film sul sud 'buono' in un anno e una nuova questione meridionale investe l'Italia
FLAVIA AMABILE


Non è una notizia il fatto che in questo 2010 siano usciti nelle sale cinematografiche tre film sul sud. La notizia è che due di questi sono stati fra i più grandi successi italiani dell'anno. Il primo (Basilicata coast to coast) ha battuto la scorsa primavera il kolossal Avatar ai botteghini e ricevuto premi su premi. Il secondo (Benvenuti al sud) è appena uscito ed è già ai primi posti in classifica. Il terzo deve ancora arrivare nelle sale, dunque si vedrà.

Che cosa succede? Il sud è di moda? E chi va a vedere film in cui il sud non è né mafia, né camorra né pizza o mandolini, ma semplicemente il sud? E chi riempie le sale in un Paese in cui non parlare male del sud è ormai politicamente scorretto?

I meridionali, ovvio. Quelli che vivono ancora da Napoli in giù e quelli che sono andati altrove. Ma i numeri lasciano intuire anche qualcos'altro. Che questi film piacciano anche ad un altro nord, un nord che non ne può più della Lega e di un'arroganza che vede ladri ovunque per non vedere i propri.

Una nuova 'questione meridionale' sta nascendo. E' la voglia di dire 'basta' di fronte ad una campagna di denigrazione costante, ripetuta, che arriva da una parte del governo. E' un orgoglio che sta montando. Trova sfogo nei gruppi su Facebook e nei siti in rete. Tolti quelli calcistici, i siti di orgoglio meridionale - nel senso di orgoglio per l'appartenenza ad una terra umiliata e offesa - sono moltissimi. Inesistenti quelli del nord.

Appare sulle t-shirt che esaltano l'orgoglio terrone e i meridionali al 100%. Si porta dietro una domanda a cui fiora nessuno ha avuto il coraggio di rispondere. Com'è possibile che l'Italia che si è scandalizza dei cori razzisti contro Balotelli negli stadi non abbia mai fatto una piega per quelli contro i napoletani che da anni vengono cantati dalle curve degli Ultras?

Forse, è giunto il momento di tirare su la testa e non lasciarsi più umiliare.

Fonte:La Stampa del 12/10/2010

.

domenica 19 settembre 2010

Bacchetta il Sud ed avrai il Nord

di Lino Patruno

Il ministro Renato Brunetta sa come finire sui giornali. Basta dire, come giorni fa, che Napoli è un «cancro etico e sociale ». Anzi che «se non avessimo la Calabria, la conurbazione Napoli-Caserta, o meglio se queste zone avessero gli stessi standard del resto del Paese, l’Italia sarebbe la prima in Europa». Detto dal buon maestro a un corso di formazione del PdL, cioè imparate che è così. E traetene il conseguente disprezzo per i meridionali. La soluzione? Ma naturalmente il federalismo, la medicina per tutti i mali italiani. L’avessero detto a Lippi, con un po’ di federalismo sarebbe arrivato in finale ai Mondiali di calcio.

Il bello è che i meridionali potrebbero anche concordare che se la sottospecie napoletana-casertana- calabrese fosse diversa, farebbero sfracelli. Anzi che se l’Italia fosse solo il Nord, sarebbe più ricca della Germania. Ciò che purtroppo molti meridionali e quasi tutti i settentrionali non sanno è che il Nord non sarebbe così ricco se non ci fosse il Sud. Perché la maggiore ricchezza del Nord si basa sulla minore ricchezza del Sud. Non diciamo sfruttamento, che sarebbe troppo comunista. Ma, per esempio, non si farebbe l’alta velocità ferroviaria al Nord se non si sopprimessero quattro treni al Sud come avvenuto. Non sono redditizi, hanno pensosamente spiegato. Ma anche ciò che si ricava e non si spende al Sud serve a costruire linee da 300 all’ora lassù.

Perché, piaccia o non piaccia al ministro Brunetta, l’Italia è una rete. E visto che il Sud più inguaiato di così non può essere, se si spezza la rete non si sa dove va a finire anche il Nord. Sud mercato dei loro prodotti. Sud dove vincere gli appalti ma non perché sono più bravi ma perché hanno dimensioni aziendali che al Sud non ci sono. Sud dove mandare i loro rifiuti più pericolosi. Sud dal quale hanno preso per decenni la manodopera a basso costo evitando i più fastidiosi immigrati stranieri. Sud dove vengono a fare le vacanze quando non ne possono più anche di se stessi. Sud dal quale, scandalosamente parlando, arrivano quei soldi della mafia che in Cilento ammazza un sindaco ma in Brianza investe procurando ricchezza senza che risultino inequivocabili rip ulse. Non c’è un Nord senza un Sud, siamo un Paese innervato così, anzi ci si scusi il «siamo». Come un industriale (polentone) che al maggiordomo (terrone) che apriva la finestra e diceva «oggi abbiamo bel tempo» rispose: «Abbiamo? Non siamo mica soci».

Allora il Sud maggiordomo va periodicamente bacchettato. E la colpa è sempre della classe politica meridionale. Che, per dirne un’altra, fa costruire dove non si dovrebbe provocando le alluvioni. Vero,ma le leggi che non tutelano il territorio non le fanno al Sud. Comunque quelli sono sindaci da mandare in galera, e ce ne sono di patibolari. Ma i servizi pubblici insufficienti (dai treni appunto, alle strade, all’amministrazione) non dipendono dallo Stato? I servizi che influiscono sulla vita civile, un divario non meno grave di quello economico.

Forse c’è bisogno di maggior coordinamento fra ministri se è vero che negli stessi giorni Tremonti ha detto che al Sud ci vuole più Stato, altro che federalismo. Anzi egli rifarebbe la Cassa per il Mezzogiorno. Quello Stato che ora si fa sentire molto di più contro la criminalità, a conferma che deve spiegare dove era prima. Senza contare che tutte le stragi impunite degli ultimi decenni portano a Roma. E Stato che da un lato dice di dare soldi, dall’altro li dà con tale lentezza e tali difficoltà che quando arrivano ne servono il doppio e così via in un pozzo senza fondo. E poi questa classe dirigente meridionale. Assolverla, mai, sarebbe complicità. Anzi dovrebbe pagare i danni. Ma lavora dove tutto è un problema, se al Nord possono pensare ai fiori nelle aiuole qui devono pensare alla gente che non ha casa e lavoro. Così più spendono, più sono votati: un ammortizzatore sociale. Anzi col federalismo «fai da te» saranno ancora più succubi della pressione, a cominciare da quella della malavita. Tutto il contrario della riduzione della spesa. Ha ragione chi ha scritto in questi giorni che troppo spesso vivere al Sud è un atto d’amore.

Ma, come si dice al Sud, non si può continuare a vivere alla scusa di Cristo, con tutto contro. E poi, in 150 anni di Italia unita, è possibile che ci siano state sempre classi dirigenti colpevoli di ogni peccato, compreso lo stecchino per pulirsi i denti in pubblico? Quando non si sa che dire, dàlli all’amministratore locale, funziona sempre. Eppure sono stati sia di destra che di sinistra, ci deve essere un virus ambientale. Ché quando anche l’amministratore brutto e cattivo (nonché un po’ ladro) non funziona, c’è sempre il federalismo. Su cui si può anche filosofare, ma pensando prima a ciò che andava fatto al Sud e non è stato fatto come dice Tremonti. Proprio la debolezza di memoria che conviene per tenere il Sud sempre in castigo.

Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
.

lunedì 6 settembre 2010

L'Unità d'Italia non è questa !!!

«Questa è Africa! Altro che Italia!
I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono latte e miele.»

(Enrico Cialdini, luogotenente del re Vittorio Emanuele II a Napoli)



Negli ultimi giorni assistiamo, al tentativo, sempre più vano, da parte di boriosi professoroni e di impiegati padronali, di continuare a propinarci le solite stanche "visioni"risorgimentali nel tentativo di confutare le verità storiche sull'invasione del Regno delle Due Sicilie che , grazie anche al successo del libro di Pino Aprile "Terroni" e all'opera di tanti storici revisionisti che da anni, con il loro prezioso lavoro portano alla luce scritti e documenti inconfutabili, concorrono a smascherare le verità proibite sulla storia d'Italia. Ci piace ricordare a tal proposito anche i libri di Antonio Ciano che fu fra i primi a cercare di sollevare il velo di menzogne risorgimentali , pagando il suo coraggioso tentativo con un processo che durò ben quattro anni, venendo comunque assolto; quello che scrisse erano verità.....

Peccato, perchè nei giorni scorsi un'interessante articolo di Marcello Veneziani sulla "casta degli Storici" ci aveva fatto sperare in una presa di coscienza da parte di alcuni di quest'ultimi, ma evidentemente è chiedere troppo e quindi i ben pasciuti pennaruli di regime ancora blaterano di grida di dolore, di Sud miserrimo e negletto, di Regno poverissimo e analfabeta. Si mettano pure il cuore in pace lor signori, che ancora tentano di rifilarci come verità storica il solito soldo bucato dell'unità, cercando così di camuffare la feroce realtà della conquista espansionistica coloniale piemontese....Il Sud si sta svegliando e di questi imbonitori ne ha le tasche piene.


Ecco, a smentire le solite menzogne, alcune citazioni, fra le tante, tratte dalla rete :





Il piemontese conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz era capitano nel Corpo di Stato Maggiore Generale; in armi, aveva partecipato alla distruzione del Regno delle Due Sicilie e al massacro dei meridionali. Lo aveva fatto (scrisse in Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863), convinto di combattere contro «la povertà dei coloni agricoli, la rapacità e la protervia dei nobili, l’ignoranza turpe» e la superstizione, il fanatismo, l’idolatria, la sregolatezza dei costumi, l’immoralità, le corruttele di impiegati, magistrati e pubblici funzionari, la rapina, il malversare. Insomma: il male. Questo, gli avevano raccontato, era il Sud.
Capì tardi, ammise, che quel popolo era «nel 1859, vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta. Egli comprava e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto». Perché, con l’invasione piemontese, «in pochi anni le proprietà si concentrarono a pieno nelle mani dei ricchi, degli speculatori, degli usurai e dei manipolatori… Tu vedi uomini di merito languire. Spopolati gli studi di tanta gioventù». E i beni delle famiglie erano depredati con tasse di successione così abnormi «che con tre successioni nella famiglia stessa, che possono verificarsi anche in un anno, dalla agiatezza si balza nella mendicità qualunque famiglia».

(Tratto da Terroni, di Pino Aprile)



“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti.”

(Antonio Gramsci sul settimanale L’Ordine Nuovo, 1920)



[...] l’estensione delle basse tariffe doganali piemontesi a province economicamente arretrate [Nota: si parla della Calabria] ebbe spesso il risultato di soffocare o annientare le industrie locali.

(Denis Mack Smith, il grande storico)



“Oggidì è il primo arsenale del regno, e tale che fa invidia a quelli di parecchie regioni d’Europa. Sonovi in esso vari magazzini di deposito, e conserve d’acqua per mettere a mollo il legname, e sale per i lavori, e ferriere, e macchine ed argani, secondo che dagli ultimi progressi della scienza sono addimantati, e mercè dei quali abbiamo noialtri veduto con poco di forza e di gente tirare a secco un vascello nel più breve spazio di tempo.”

(Achille Gigante, Viaggi artistici per le Due Sicilie, 1845)



«Enrico Cialdini, plenipotenziario a Napoli, nel 1861, del re Vittorio. In quel suo rapporto ufficiale sulla cosiddetta “guerra al brigantaggio”, Cialdini dava queste cifre per i primi mesi e per il solo Napoletano: 8 968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10 604 feriti; 7 112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2 905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13 629 deportati; 1 428 comuni posti in stato d’assedio. E ne traevo una conclusione oggettiva: ben più sanguinosa che quella con gli stranieri, fu la guerra civile tra italiani»

(Vittorio Messori, Le cifre del generale Cialdini)



«Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi.»

(Il deputato Giuseppe Ferrari, 29 aprile 1862)



“L’unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico sano e profittevole. L’ unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che in quelle meridionali

(GIUSTINO FORTUNATO )



“Se dall’unità d’Italia, il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E’ caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone "

(GAETANO SALVEMINI )

“Era l’epoca buona, dell’abbondanza sotto il re Borbone. Come dite?… No?… E vi ingannate l’anima! Ogni pancia era senza il vuoto che c’è adesso! Il peso, corrispondeva al giusto, con la bilancia! Parola mia…credetemi signori, che se non fosse stato per il tradimento io non starei qui a fare il pezzente… "- (FERDINANDO RUSSO )

“Potete chiamarli briganti ma combattono sotto la loro bandiera nazionale. Potete chiamarli briganti ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli. E’ possibile, come il mal governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa ad un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente rasa al suolo e non dai briganti.

(Deputato GIUSEPPE FERRARI )

“Si è vero, noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale"

(LUIGI EINAUDI )

“Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso discutere su quelle del Meridione italiano. E’ vero che in un paese gli insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra differenza tra i due movimenti " (BENJAMIN DISRAELI )

“…Prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia

( ROCCO CHINNICI )



“Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per gli uffici e le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest’ uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose: burocrati del Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani. Anche a fabricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio dei napoletani. A facchin della dogana, a camerieri a birri, vengono uomini del Piemonte. Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuole trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala".

(FRANCESCO PROTO CARAFA, Duca di Maddaloni )

“Caro Presidente, ti salutano qui ottomila moliternesi: tremila sono emigrati in America; gli altri cinquemila si accingono a farlo

(Lettera del sindaco di Moliterno (PZ) al primo ministro Giuseppe Zanardelli 1901 )

“Nel secolo precedente, il Meridione d’Italia rappresentò un vero e proprio eden per tanti svizzeri, che vi emigrarono, spinti soprattutto da ragioni economiche, oltre che dalla bellezza dei luoghi e della qualità della vita. Luogo di principale attrazione Napoli, verso cui, ad ondate, tanti svizzeri, soprattutto svizzeri tedeschi di tutte le estrazioni sociali, emigrarono, con diversi obiettivi personali. Verso la metà dell’Ottocento, nella capitale del Regno delle Due Sicilie quella Svizzera era tra le più numerose comunità estere

( CLAUDE DUVOISIN, Console svizzero, 2006 )

“Il Regno delle Due Sicilie aveva due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme"

(FRANCESCO SAVERIO NITTI )

“La guerra contro il brigantaggio, insorto contro lo Stato unitario, costò più morti di tutti quelli del Risorgimento. Abbiamo sempre vissuto si dei falsi: il falso del Risorgimento che assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola"

(INDRO MONTANELLI )

“Sorsero bande armate, che fan la guerra per la causa della legittimità; guerra di buon diritto perché si fa contro un oppressore che viene gratuitamente a metterci una catena di servaggio. I piemontesi incendiarono non una, non cento case, ma interi paesi, lasciando migliaia di famiglie nell’orrore e nella desolazione; fucilarono impunemente chiunque venne nelle loro mani, non risparmiando vecchi e fanciulli"

(GIACINTO DE SIVO )

“Come ha potuto solo per un momento uno spirito fine come il tuo, credere che noi vogliamo che il Re di Napoli conceda la Costituzione. Quello che noi vogliamo e che faremo è impadronirsi dei suoi Stati "

CAVOUR (all’ambasciatore Ruggero Gabaleone) -

“I Borboni non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno"

NAPOLEONE III (lettera a Vottorio Emanuele II, 1861 )

“Non vi può essere storia più iniqua di quella dei piemontesi nell’occupazione dell’Italia Meridionale. In quel luogo di pace, di prosperità, di contento generale che si erano promessi e proclamati come conseguenza certa dell’unità d’Italia, non si ha altro di effettivo che la stampa imbavagliata, le prigioni ripiene, le nazionalità schiacciate ed una sognata unione che in realtà è uno scherno, una burla, un impostura" –

( MCGUIRE deputato scozzese, 1863 )

“Tra le osservazioni fatte sui disordini del Reame di Napoli, si accenna alla differenza che fanno oggi i rivoluzionari fra polacchi e napoletani, chiamando questi briganti, mentre sono vittime delle più feroci persecuzioni, e quelli insorti. Ma è pur vero che gli uni e gli altri difendono il loro paese, la loro nazionalità, la loro religione al prezzo dei più duri sacrifici"

( GEMEAU generale francese, paragona gli insorti polacchi con i briganti, 1863 )

“L’Italia, dove per sostenere quanto gli usurpatori hanno denominato ‘liberalismo’, si stanno barbicando dalla radice tutti i diritti, manomettendo quanto vi ha di più santo e sacro sulla terra. Italia, dove sono devastati i campi, incenerite le città, fucilati a centinaia i difensori della loro indipendenza"

( NOCEDAL deputato spagnolo, 1863 -)

“Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava ed infine abbiamo dato l’incendio al paese abitato da circa 4500 abitanti . quale desolazione, non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case"

(CARLO MARGOLFO, bersagliere entrato a Pontelandoflo, 1861 )

“Quelli che hanno chiamato i piemontesi e che hanno consegnato loro il Regno delle Due Sicilie sono un’impercettibile minoranza. I sintomi della reazione si vedono ovunque"

( JORNAL DE DEBATS, novembre 1860 )

“Gli scrittori italianissimi inventarono dunque i briganti, come avevano inventato i tiranni; ed oltraggiarono, con le loro menzogne, un popolo intero sollevato per la sua indipendenza, come avevano oltraggiato principi, re ed anche regine colle loro rozze e odiose calunnie. Inventarono la felicità di un popolo disceso all’ultimo gradino della miseria, come avevano inventato la sua servitù al tempo de’ sui legittimi sovrani."

(HERCULE DE SAUCLIERES, 1863 )

“Il governo piemontese che si vede presto costretto ad abbandonare il suolo napoletano, si vendica mettendo tutto a ferro e fuoco. Raccolti incendiati, provvigioni annientate, case demolite, mandrie sgozzate in massa. I piemontesi adoperano tutti i mezzi più orribili per togliere ogni risorsa al nemico, e finalmente arrivarono le fucilazioni! Si fucilarono senza distinzione i pacifici abitatori delle campagne, le donne e fino i fanciulli."

( L’ OSSERVATORE ROMANO, 1863 )

“Il progresso e la civiltà, nei tempi correnti, vengono interpretati diversamente da quello che si intendevano innanzi. Oggi, progresso e civiltà all’uso piemontese vuol dire: abbassamento della suprema autorità, della civiltà, della morale. Secondo la loro moda: la proprietà è furto; il diritto è tirannide; la religione è inceppamento; la pietà è delitto; il fucilare è bisogno; lo spoglio dei popoli è necessità. Chi è dunque cieco anche nella mente, da non vedere in questo civiltà ed in questo progresso l’abbruttimento della società?" (TEODORO SALZILLO, 1868 )

“Sento il debito di protestare contro questo sistema. Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esistenza alla protezione e all’aiuto morale dell’Inghilterra, deve più a questa che a Garibaldi, che non agli eserciti stessi vittoriosi della Francia, e però, in nome dell’Inghilterra, denuncio tali barbarie atrocità, e protesto contro l’egidia della libera Inghilterra così prostituita"

(LORD LENNOX, parlamentare inglese, 1863 )

“Pare non bastino sessanta battaglioni per tenere il Regno. Ma, si diranno, e il suffraggio universale? Io non so niente di suffraggio, so che al di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là si. Si deve dunque aver commesso qualche errore; si deve quindi o cambiar principi o cambiar atti e trovar modo di sapere dai napoletani, una buona volta, se ci vogliono si o no. Agli italiani che, rimanendo italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate"

(MASSIMO D’AZELIO )

“In un solo mese nella provincia di Girgenti, le presenze dei detenuti nelle prigioni furono 32000. Non si turbino! Ho qui il certificato, la nota è officialissima, 32.000 presenze in carcere, solo nei trenta giorni del mese. Ed ora, codeste essendo le cifre, io domando all’onorevole ministro dell’Interno: ne avete ancora da arrestare?"

(FRANCESCO CRISPI )

“Aborre invero e rifugge l’animo per dolore e trepida nel rammentare più paesi del regno napoletano incendiati e rasi al suolo, e quasi innumerevoli integerrimi sacerdoti e religiosi e cittadini di ogni età, sesso e condizione, e gli stessi malati indegnissimamente ingiuriati, e poi eziando senza processo, o gettati nelle carceri o crudelissimamente uccisi."

(PAPA PIO IX, 30 settembre 1861 )

“Napoli è da sette interi anni un paese invaso, i cui abitanti sono alla mercè dei loro padroni. L’immoralità dell’amministrazione ha distrutto tutto, la prosperità del passato, la ricchezza del presente e le risorse del futuro. Si è pagato la camorra come i plebisciti, le elezioni come i comitati e gli agenti rivoluzionari."

(PIETRO CALA ULLOA )

“Posso assicurare alla Camera che specialmente in alcune province, quasi non vi è famiglia, la quale non tremi dell’onnipotenza dell’autorità di polizia, dei suoi errori ed abusi. Sotto la fallace apparenza della persecuzione del brigantaggio si vuole avere in mano la facoltà di arrestare o mandare al domicilio coatto ogni specie di persone al Governo sospette."

( PASQUALE STANISLAO MANCINI, intervento alla Camera, 1864 )

“Non parliamo delle dimostrazioni brutali contro i giornali; non parliamo dell’esilio inflitto per via economica; non parliamo delle fucilazioni operate qua e là per isbaglio dalle autorità militari; ma degli arresti arbitrari di tanti miseri accatastati nelle prigioni senza essere mai interrogati."

(IL NOMADE, giornale liberale 12 settembre 1861)

.
Pubblicato da NON MI ARRENDO a 9/05/2010 08:45:00 AM 0 commenti Link a questo post

venerdì 27 agosto 2010

La Mafia che al nord "NON" esiste


La mafia che al nord (non) esiste
Alcune precisazioni storiche su storiche menzogne

di: Germano Milite

"Qui a Milano la mafia non esiste". A dirlo non è stato un ottuagenario un po' brillo appena uscito dal bar dello sport ma il sindaco del capoluogo lombardo Letizia Moratti. Sulla stessa linea di pensiero, come stranoto, si trovano a viaggiare a metà tra reale ignoranza ed imperdonabile ipocrisia mistificatrice centinaia di autoerevoli esponenti del Pdl ed in particolare della Lega Nord.
Nella nostra penisola, per ragioni fin troppo facili da intuire, si continua anche nel 2010 a ripetere questa sciagurata, odiosa e negazionista litania che recita, in un disperato quanto grottesco e patetico tentantivo di mantrico autoconvincimento, che la malavita organizzata è un problema ed un "vizio" esclusivamente meridionale; nato, cresciuto e confinato all'interno di quei territori ingrati, lontani e oziosi che si stravaccano, pigri ed accaldati, a sud di Roma.
Per carità, che un lavorantore brianzolo che tira picconate o monta motori per 13 ore al giorno da quando aveva 12 anni creda ancora in questa favola della mafia terrona ci può anche stare ma, che il sindaco di Milano e tanti altri esponenti di spicco dell'esecutivo si ostinino a non voler vedere un legame indissolubile che esiste, in maniera sul serio radicata ed inconfutabile fin dagli anni 80, rappresenta motivo di vergogna e delegittimazione per l'intera classe dirigente.
Senza voler scomodare Michele Sindona e Roberto Calvi (le cui biografie invitiamo comunque a leggere con attenzione e curiositò) e la tristemente nota Banca Rasini situata nel pieno centro di Milano (via dei Mercanti), ci basta difatti citare un esempio particolarmente significativo per comprendere quanto, parlare oggi di Nord e Sud del paese dividendo la mala geograficamente, sia incredibilmente fuorviante e sinonimo di cialtroneria imbarazzante o di imperdonabile mala fede.
E' la fine del non troppo lontano 1986 quando, i picciotti siciliani, decidono che è arrivato il momento di stringere un altro patto di sangue (in tutti i sensi) con gli imprenditori del centro- nord. In particolare, con il beneplacito di Salvatore Riina, la famiglia Buscemi di Palermo (composta da membri di Cosa Nostra) entra in società con il gruppo ravennate Ferruzzi-Gardini della Calcestruzzi. La potente famiglia di Ravenna, che conSerafino Ferruzzi ha messo in piedi un impero da multinazionale negli anni precedenti, sfidando con la distrubuzione e la produzione di grano anche gli americani, è la numero uno in Italia proprio per il tanto agognato calcestruzzo.
E' un'azienda solida ed in crescita che sembrava aver trovato in Raul Gardini (succeduto al defunto Ferruzzi) un dirigente giovane, dinamico e lungimirante.
E così, la Calcestruzzi, ha modo di aggiudicarsi il monopolio del fiorente mercato edilizio (per lo più abusivo) di Sicilia, Campania e Calabria. Un mercato finanziato con diluvi incessanti di fondi pubblici che concede a Gardini, tra le varie zone calde, la collina abusiva di Palermo della famiglia di Michele Greco.
Un giro d'affari enorme che fonde in un unico impasto marcio la migliore imprenditoria nordica con la più feroce e spregiudicata malavita meridionale. Un connubio da 26 miliardi di lire (dell'epoca) di capitale capace di aumentare del 20% il valore iniziale in un solo anno di attività. In altre parole, un'azienda del Nord, riceve appalti e finanziamenti pubblici (pagati dai contribuenti di tutto il paese) per costruire case al Sud e piazza, ai vertici dei diversi consigli d'amministrazione delle cave e delle filiali sparse per la Sicilia, membri di Cosa Nostra.
Ma il patto scellerato e miliardario con la mala si rivela ben presto disastroso per Gardini che, qualche anno dopo, si toglierà la vita; forse (non lo sapremo mai con certezza) proprio a causa del patto con la mala.
Ricatti alla famiglia Ferruzzi-Gardini, lavori malfatti e leggi anti-aziendali imposte nei territori del sud sfalderano in breve tempo il gruppo; erodendo risorse economiche e dando una lezione importante anche ai grandi manager del settentrione: la mafia non concede a nessuno la possibilità di salvarsi. Chi stringe un patto con i suoi membri, rischia la vita fin dalla prima firma e deve sottostare ad ogni capriccio, ad ogni carognata, ad ogni minaccia e ad ogni scelta imposta dagli uomini d'onore.
Quello della Calcestruzzi è un esempio tra i tantissimi che, in maniera lampante, palesa il non senso e la miopia dei discorsi a metà tra il demagogico ed il populista di chi aizza le folle ignoranti del nord contro quelle povere (ed altrettanto poco erudite) del sud in una lotta tra straccioni al termine della quale trionfano solo ricconi e mafiosi. Che motivo c'è, quindi, di fare ancora una differenziazione nord virtuoso e trainante e sud arretrato, arraffone, malavitoso ed inefficiente. I fondi pubblici tanto contestati dalla Lega nord hanno e continuano a finanziare anche i gruppi industriali del settentrione; creando mostri bifronte che investono da Roma in su e deturpano, uccidono e distruggono nel meridione.
Eppure, per scoprire l'intollerabile superficialità di certi discorsi para-politici, basterebbe sforzarsi di leggere qualche libro di storia ben scritto.
La cultura è l'unica arma di salvezza e, per potenti e malavitosi, è molto più pericolosa di una pistola puntata alla tempia.

Fonte:Julianews

lunedì 2 agosto 2010

Ma così si uccide la pecora del Sud !!


di Lino Patruno

Per il ministro Tremonti è molto semplice. Se i Comuni del Sud non ce la fanno, aumentino le tasse. Ma a furia di tosarla, la pecora muore. Già oggi che non c’è ancora il federalismo fiscale del «ciascuno si tiene i suoi soldi e fa da sé», le tasse locali al Sud sono aumentate più che al Nord. Venti per cento. Complice soprattutto l’Ici, la tassa sulla casa, la cui abolizione ha inguaiato i sindaci sudisti. Come pure il «patto di stabilità», spese proibite anche se la cassa te lo consente.
Il Nord l’ha risolta spendendo meno per gli investimenti, cioè le spese eccezionali, non quelle per far andare avanti la baracca, a cominciare dalla spesa sociale per chi ha più bisogno. Il Sud, per non lasciare in mezzo a una strada chi non arriva alla fine del mese, ha invece dovuto alzare le tasse e le tariffe. E partendo da redditi meno sostanziosi di quelli del Nord, quindi danno maggiore ed entrate minori.
Figuriamoci col federalismo. Quando cioè, ammettono anche i meno teneri verso il Sud, arrivando meno soldi dallo Stato il rischio di un’esplosione delle tasse locali non sarà solo un rischio. Dice: allora il Sud dovrà imparare a spendere meno, ad avere più responsabilità perché la pacchia è finita. E se gli amministratori non l’avranno, gli elettori li manderanno a casa. Tutto perfetto. Come dire a un padre di famiglia con due figli a carico e mille euro al mese, se spendi bene ti vai a fare pure le vacanze ai Caraibi. Quello magari esce di testa e fa un casino, eppure sembrava una persona per bene.
E poi, è vero, di sindaci e presidenti sciagurati al Sud ne abbiamo avuti e ne abbiamo, basta andare a vedere consulenze, feste e gemellaggi vari. Per non parlare dei banditi della sanità. I critici, anche meridionali, hanno ragione. Ma al Sud c’è meno lavoro, più gente che non riesce a pagarsi il medico, una famiglia su tre è povera, in vent’anni ne sono emigrati due milioni e mezzo, soprattutto giovani. Ed è un po’ più complicato ogni giorno dover mettere pezze di qua e di là, sentire gridare sotto il Comune «come dobbiamo fare». Fino al punto che rischiano di essere eroi, non cacciati ma rieletti, proprio i sindaci e i presidenti più sciagurati, quelli che più spendono e più tassano. E poi si vede.
Ma la smettano i professorini della Lega Nord di pontificare che quando ogni Regione sarà responsabile a casa propria, anche il Sud andrà meglio. Biascicato dall’alto di un reddito di circa il 40 per cento in più: i contadini dicevano che il ricco non capirà mai il povero. E la smetta il presidente Formigoni di ripetere una cosa vera, che oggi ogni lombardo passa alle altre Regioni 368 euro all’anno e si è stancato, specie se poi si sprecano e il Sud resta sempre Sud. Perché Formigoni, cui non dovrebbero mancare carità cristiana e correttezza, dovrebbe aggiungere che quei 368 euro gli ritornano, e con gli interessi, come spesa dello Stato, cioè con soldi anche meridionali.
È stato il recente rapporto Svimez (Associazione sviluppo Mezzogiorno) a far sapere che, dal 2001 al 2009, la spesa dello Stato al Sud è scesa dal 41 al 34 per cento. E tutti sanno che non ha mai raggiunto quel 45 per cento fissato da vari governi, e non per fare rivoluzioni ma per fare giustizia al Sud. E tutti sanno, fingendo di non saperlo, quanto il Nord ricava dal Sud come mercato dei suoi prodotti, come incentivi per le sue imprese, come commesse di lavori pubblici. Incassando al Nord le tasse anche per le attività svolte al Sud.
Tutti sanno quanto il Nord incassa come valore dei laureati meridionali che vi salgono: 18 mila nel 2009. Non solo classe dirigente (rieccola) che il Sud perde, ma anche danno economico colossale: se ogni laureato costa 100 mila euro (dati Ocse), ogni anno il Sud regala al Nord un investimento di due miliardi di euro.
Anzi, a volersi amaramente divertire, calcolando che il 17 per cento almeno della popolazione del Nord è meridionale, e valutando gli uomini come si fa con gli animali da lavoro, il meridionalista Manlio Rossi-Doria stabilì che ogni emigrato sia costato a chi lo ha «allevato» da 5 a 8 milioni di vecchie lire. La moltiplicazione arriva a 20-30 mila miliardi di lire ceduti al Nord, il doppio di quanto lo Stato ha speso nel Mezzogiorno dal 1950 in poi. Per non calcolare quanto quegli emigrati siano stati la fortuna del Nord. Il «miracolo economico».
Siccome Tremonti ha anche i giorni buoni, ha poi detto che col federalismo fiscale «saremo prudenti, non abbiamo la minima intenzione di rischiare». Figuriamoci il Sud. E il presidente Napolitano ha aggiunto che ci vuole un «cambio di strategia» per lo sviluppo del Sud. Non politiche speciali quando la piazza ribolle, ma governi che vedano con onestà le cifre del Sud e dicano: le abbiamo anche volute noi, non è giusto lasciarle così, altro che ciascuno si tenga il suo. Se questo è meridionalismo piagnone, Bossi è un lord inglese. Improbabile.

Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno del 30/07/2010

mercoledì 16 giugno 2010

Per il Sud un solo articolo !!


di Lino Patruno

Il Sud ci sta facendo diventare tutti come la Grecia. C’è sempre qualche scemino che fra le lacrime e sangue di questi giorni ritira fuori inviperito il motivetto. È come un caffè durante la giornata: va sempre bene. Si trova un colpevole di tutto, si fa una sparata e ci si ricompone rassicurati sulla propria virtù. Il Sud che spreca. Il Sud che evade le tasse. Il Sud della criminalità. Il Sud della Salerno-Reggio Calabria, un’altra estate d’inferno: ignorando che le imprese che vi lavorano sono tutte settentrionali, con briciole di subappalti ai meridionali. E che più ci stanno, più ci guadagnano. I furbetti dell’autostrada.
Ma di questo Sud non se ne può più. I dipendenti pubblici, per esempio. Perché in una Asl lombarda ce ne sono tot e in Calabria il triplo? Perché così si supplisce all’altro lavoro che non c’è. Diciamo un ammortizzatore sociale.E come, a spese dello Stato? Certo, se lo Stato non preferisce la rivolta di piazza. E visto che non ha mai fatto granché perché il lavoro ci fosse. Ma come, con tutti i soldi che ha speso? Sì, ma non per creare lavoro, ma per creare consumatori. Indovinate di cosa? Dei prodotti del Nord. Soldi che hanno preso la solita via del ritorno verso chi ora fa la morale. Anzi a chi ora dice che c’è un «sacco del Nord», 50 miliardi che ogni anno passano dal Nord nella voragine del Sud. E certo, è il Sud che deve lamentarsene, se ancora oggi è lasciato in questa condizione. Tanto poi, tra soliti prodotti venduti al Sud, appalti, grandi lavori, tasse pagate al Nord pur lavorando al Sud, se li riprendono con gli interessi, quindi gli conviene. Altro che sacco.
Sì, ma non si capisce perché una garza debba costare 5 al Nord e 10 al Sud. Bah, se è una truffa, c’è la legge, se non ti salva sempre un indulto o una prescrizione e non ti fai dieci anni neanche se hai strozzato la nonna. Ma se non è una truffa, se c’è minore efficienza in tutto al Sud può capitare che ci siano costi maggiori, altrimenti che inefficienza sarebbe. E se c’è minore efficienza, non dipende dai meridionali che hanno un cranio da briganti e sono più tufagni a furia di farsela con i loro vicini africani, come Lombroso e compagni pontificano. Dipende dal fatto che l’efficienza è figlia dell’organizzazione. E che l’organizzazione è figlia dei servizi pubblici a disposizione. E che se questi servizi pubblici (mettiamo trasporti, comunicazioni, banche, pubblica amministrazione) fossero al Sud dello stesso livello del Nord, anche la garza non costerebbe di più. Perché la garza è il risultato di un percorso che non parte dalla garza.
Va bene, ma allora la scuola, incalza lo scemino. I ragazzi meridionali sono un anno e mezzo indietro rispetto a quelli del Nord. E gli ultimi posti nelle classifiche di profitto: non è una questione di cranio? No, carino, perché anche la scuola è figlia di tante mamme. Se il reddito del Sud è del 30 per cento meno di quello del Nord, è possibile che i ragazzi del Sud non abbiano famiglie in grado di aiutarli a fare i compiti, né libri in casa, né biblioteche, né laboratori, non possano consentirsi ripetizioni, non abbiano scuole confortevoli.
E anche se volessimo prendercela con i benedetti professori, sono gli stessi che quando vanno al Nord, che ne è pieno, fanno faville formando quei ragazzi del Nord che sembrano fenomeni ma sono soltanto più attrezzati e fortunati. Fino al punto, come nel Nordest, di fregarsene della scuola, meglio andare subito a fare soldi mentre da noi devono fare i ragazzi del bar e studiare pure morti di sonno.
Per tutti gli scemini che parlano di Sud parassita alle spalle del Nord, ci vorrebbe una volta per tutta un’indagine che non c’è: quanti denari nei 150 anni di unità d’Italia sono saliti (o risaliti) dal Sud al Nord. Per capire che un Sud così farebbe comodo a chiunque non fosse interessato a una giustizia sociale ma a un utile squilibrio. E che ha fatto comodo a chi ha sempre scelto (purtroppo con la complicità dei politici, e non solo, del Sud) che crescesse il Nord portandosi dietro il Sud, da bacchettare però caso mai venisse fuori la verità.
Insomma un Sud così conviene. Anche, occorre dirlo, a troppo Sud. Fino all’improntitudine di una Lega Nord che, pur sapendo tutto ciò, dice di volersi tenere i suoi soldi, ma non fino al punto di perdere il Sud come consumatore e riserva di caccia per le sue imprese. Un perfezionamento del sistema di sfruttamento.
Il Sud è ovviamente rovinato anche dai suoi collaborazionisti, dalla politica più interessata a gestire soldi in arrivo che al futuro dei suoi ragazzi. Così è andata avanti finora. Perché se si volesse cambiare basterebbe una sola legge con un solo articolo: «Da oggi il governo si occupa del problema del Sud come unico sistema per far crescere tutto il Paese». Siccome non si fa, crescono collaborazionisti e scemini. Accusando addirittura il Sud di far diventare tutti Grecia. Facce di bronzo.


Fonte:Gazzetta del Mezzogiorno

lunedì 7 giugno 2010

Le Province restano ? Paghi la Lega !!


di Eugenio Mazzarella da il Corriere del Mezzogiorno -



Caro direttore, nell’editoriale di sabato scorso sul Corriere della Sera Angelo Panebianco ha sviluppato considerazioni importanti sull’attuazione del federalismo fiscale, partendo dall’assunto che la sua finalità dichiarata — contenere e razionalizzare la spesa pubblica, ridurre il ruolo dell’intermediazione statale, eliminare gli sprechi — è cosa necessaria, ma che rischia di restare scritta nel libro dei sogni, se anche la Lega, non ha intenzione di rinunciare a nessuno degli strumenti locali di intermediazione politica, leggi le Province.
La reboante minaccia di guerra civile di Bossi se gli toccano la Provincia di Bergamo è sintomatica, e racconta di una pericolosa simmetria, nell’attaccamento alle ragioni dell’intermediazione politica in eccesso sul territorio, con il notabilato politico meridionale, certo ben più scadente nelle performance amministrative. La spesa di questa intermediazione politica territoriale è evidentemente superflua dappertutto, e serve sostanzialmente per il sostentamento del «clero» politico al Nord come al Sud, portando al doppio i costi della politica in Italia rispetto alle medie europee. Certo, la maggiore efficienza dell’eccesso di intermediazione politica territoriale al Nord rende meno inviso sui territori il sovracosto politico che comunque rappresenta, soprattutto se comparato all’inefficienza amministrativa media meridionale. Ma in punta di diritto, di etica dell’amministrazione e di buona politica, in una fase economica così difficile i costi politici inutili andrebbero tagliati dappertutto. Le cose nell’analisi di Panebianco sono aggravate dal fatto che l’intermediazione politica al Sud è un importante bacino elettorale del centrodestra, cioè della maggioranza di governo che tiene la Lega al centro della politica italiana.

Morale della favola: l’abbattimento strutturale dei costi della politica, che solo renderebbe sostenibile ed efficiente il federalismo fiscale, non si può fare perché i «virtuosi» leghisti non lo vogliono al Nord e al Sud si rischia di far venire meno il network di maggioranza che pone la Lega al centro degli equilibri di governo. Un bel busillis, che ha davanti a sé tre possibilità, che Panebianco elenca. O il federalismo non si fa perché a causa della crisi non ne sono sopportabili i costi di avvio, in assenza di tagli sostanziali alla politica che nessuno vuole. Oppure si fa un falso federalismo, della serie tutto cambi perché niente cambi, e dove nessuno perde niente per adesso, ma che in realtà continua a scaricare la bolletta dei costi sulle generazioni future (la soluzione peggiore), o peggio ancora — aggiungiamo noi — un federalismo da abbandono, in sostanza lasciar marcire ed aggravare il divario Nord-Sud. Terza possibilità: si fa davvero il federalismo fiscale e per finanziarlo si tagliano i sovracosti della politica, ma così rischiano di saltare gli stessi equilibri politici che danno la maggioranza in sede nazionale alla richiesta federalista della Lega. A questo punto Panebianco avanza una quarta possibilità: si ricorre a soluzioni istituzionali diverse a seconda dei territori: federalismo al Nord, controllo centralizzato sulla spesa al Sud; per Panebianco la ricetta migliore, se non fosse politicamente impraticabile.

Una impraticabilità simile avevamo proposto qualche settimana addietro sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno, sostenendo provocatoriamente persino l’ipotesi di una sola macroregione meridionale, con Province azzerate, e spesa centralizzata, che avrebbe potuto darci un vantaggio competitivo sulle regioni del Paese che avessero tenuto attivi (a spese loro!) i sovracosti politici locali a cominciare dalle Province, reinvestendo al Sud in sviluppo, sicurezza e legalità, tutti i risparmi di spesa ivi realizzati in sede di intermediazione politica in eccesso. Insomma, se la Provincia di Bergamo la vogliono se la paghino i bergamaschi con un’addizionale specifica, magari gli passa la voglia! Vuoi vedere che il politicamente impraticabile, se minacciato, apre la strada a un federalismo seriamente attuato, senza costi aggiuntivi della politica al Nord come al Sud?